martedì 23 dicembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 12

Pamela si fermò sull’uscio del Sergent Pine. «Sei proprio sicura che vuoi aspettarlo da sola? Posso farti compagnia.»
Emma scosse la testa. «Mio fratello sarà qui tra pochi minuti. E poi tuo padre ti ha ordinato di chiudere. Non voglio crearti casini con lui.»
«È un rompiscatole» commentò Pamela e l’altra ragazza rise. «Prima che me ne dimentichi, vi va di venire con me da Marti domani mattina? Il dottor Rivas è impegnato in ospedale e così abbiamo la casa libera.»
«Sei sicura? Non vuoi restare sola con lui?»
«Non preoccuparti. Abbiamo tutto il tempo, mentre voi partirete tra poco. Voglio che ricordi la tua breve gita qui in modo piacevole. E Marti sa come divertirsi.»
La prospettiva di fare qualcosa di diverso e che facesse assomigliare quei giorni a una vacanza, convinse Emma. «Accettiamo. Grazie.»
«Bene. Ci vediamo qui davanti alle dieci. A domani.» Pamela chiuse la porta del pub, girando due volte la chiave nelle rispettive serrature e andò per la sua strada.
Emma si allontanò e si guardò intorno. Il marciapiede era parzialmente illuminato dai tre lampioni posti a poca distanza l’uno dall’altro sul brodo di cemento. Suo fratello non poteva essere andato molto lontano e mancavano solo cinque minuti allo scadere del tempo che le aveva dato.
«Speriamo non mi ricatti ancora per convincerlo a venire con me domani» disse la ragazza stiracchiandosi.
Una mano le sfiorò la schiena, facendola sobbalzare. Girandosi di scatto, Emma trovò accanto a sé la bambina che la perseguitava.
«Siete in pericolo» disse la piccola, guardandola seria, avvolta nel suo solito abito estivo.
«Cosa? Chi sei?» domandò Emma. Non ricevette risposta. «Sei Clarissa, non è vero? Cosa vuoi da me?»
«Siete in pericolo» ripeté Clarissa. «Lui ha già cercato di fare del male e non si fermerà.»
«Di chi stai parlando? Lui chi?» La ragazza era preoccupata. Non le piaceva essere minacciata, anche se il tono spaventato della bimba le dava l’idea che volesse più metterla in guardia, che intimidirla. Le si avvicinò e l’altra arretrò di un passo. «Non sono arrabbiata con te. Vuoi aiutarmi? Devo capire da chi vuoi che mi difenda.»
La luce del lampione crepitò e tremolò. Per il tempo di un battito di ciglia la strada fu immersa nel buio della sera. Emma non fece in tempo ad abituare la vista che tutto tornò normale.
«Emma! Emma!» Christian  la chiamò a gran voce.
Lei si voltò nella direzione opposta e lo vide arrivare in compagnia di Marti. Si rigirò per convincere Clarissa a non andarsene, ma era tropo tardi.
La bambina era svanita.
«Pamela ti ha buttato fuori?» domandò Marti raggiungendola con Christian.
«Suo padre le ha imposto di chiudere» rispose la ragazza, sforzandosi di sorridere e mascherare l’inquietudine per la misteriosa e fugace apparizione di Clarissa. Poi ricordò le lamentele dell’amica. «Che ci fate voi due insieme? Pamela mi ha detto che hai disdetto il tuo appuntamento con lei per colpa di tuo padre.»
«Mio padre, cavoli!» esclamò Marti. «Sono uscito di nascosto, ma se non mi sbrigo rischio che si accorga della mia assenza.»
«Vai pure» fece Christian. «Possiamo proseguire da soli.»
«Ok. Buona notte e… state attenti!» li salutò il ragazzo. Corse via e spari al primo incrocio.
«Che significa?» domandò Emma, rimasta sola con il fratello.
«Qualcuno si è intrufolato in spiaggia e… mi ha aggredito» rivelò Christian.
«Cosa aspettavi a dirmelo? Stai bene? Cosa ti ha fatto?»
«Niente, stai calma. Sto bene. Mi ha solo colto di sorpresa arrivandomi alle spalle, ma è tutto a posto» rispose lui, alzandosi il collo del giubbotto di jeans per nascondere eventuali segni del tentato strangolamento.
«Hai visto che aspetto aveva?» domandò Emma.
«Era buio e ho capito solo che era un maschio.» Christian si impegnò a non farle vedere quanto fosse spaventato in realtà, però temeva che quel pazzo fosse ancora lì intorno. «Sbrighiamoci a tornare a casa. Questo posto comincia a piacermi sempre di meno.»
«Anche a me» ammise Emma. «Forse mi sono fatta suggestionare dalle chiacchiere con Pamela, ma sono quasi sicura che non siamo ospiti graditi in città.»
Christian si fermò a fissarla. «Hai qualche idea di chi non ci vuole intorno?»
Emma scosse la testa. «No, ma forse hai ragione tu. Dobbiamo cominciare a preoccuparci non solo dei vivi, ma anche dei morti.» Gli afferrò il polso e prese a camminare a passo spedito.
Il fratello tentò di farsi dire di più, ma Emma rimase in silenzio. Le paure irrazionali che covava da bambina erano riemerse all’improvviso, terrorizzandola ancora più di allora.

                                                                 
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mercoledì 17 dicembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 11

L’assalitore di Christian era alle sue spalle. Teneva le dita serrate intono al suo collo e premeva con forza contro la gola.
Il ragazzo si precipitò a cercare di staccare quelle mani dalla sua carne, ma scivolò con i polpastrelli su guanti di plastica. Riprovò, ma l’aggressore strinse ancora più forte.
Christian rantolò. Era nel panico, gli mancava l’aria, non riusciva a urlare e il principio di soffocamento gli annebbiava la mente. Annaspò, incapace di difendersi e nelle sue narici entrò un prepotente odore di Acqua di Colonia con un’essenza predominante sulle altre.
Ezra era fermo davanti a lui. Alzò gli occhi oltre la spalla del ragazzo e le emozioni si susseguirono velocemente sul suo volto, modificando la sua espressione. Prima paura, poi rabbia. Spalancò la bocca e gridò a squarciagola.
Il suono che uscì assomigliò all’urlo di un bambino normale, ma poi si tramutò in un verso più acuto e stridulo.
La barca sottosopra abbandonata a poca distanza da loro, si rivoltò rumorosamente, poggiando pesantemente la base sulla sabbia. Frusciando sui granelli, iniziò a strisciare verso di loro, navigando sulla spiaggia in risposta al richiamo del grido del bambino come un marinaio stregato dal canto di una sirena.
Christian avvertì le dita dell’assalitore che allentavano la pressione sul collo. Osservando quel fenomeno, il misterioso uomo doveva essersi spaventato.
Abbandonò completamente la presa sulla sua preda e scappò via a gambe levate, aiutato dall’oscurità che mimetizzò la sua sagoma.
Christian cadde sulle ginocchia tra le piccole dune. Emise due colpi di tosse e poi inspirò voracemente aria dalla bocca, massaggiandosi la pelle. Era sudato e spaventato. Mentre si toccava il collo, avvertì ancora il calore di quelle mani violente, che era passato attraverso i guanti per via della foga con cui lo stringeva.
Il suo respiro tornò regolare, guardò la barca immobile e si voltò per parlare con Ezra. Ma il bambino non c’era più. Si mise in piedi e avanzò di un paio di passi, poi si girò a scrutare sia a destra, che a sinistra. Non scorse nessuno su entrambi i lati. Era scomparso di nuovo senza lasciare traccia.
Istintivamente, Christian guardò indietro e sulla sabbia, nel pezzo di tragitto percorso insieme, c’erano solo le sue orme mischiate a quelle del misterioso uomo che lo aveva aggredito.
«Ehi tu! Che sta succedendo?» urlò qualcuno correndo nella sua direzione.
Allarmato, Christian si mise in posizione difensiva, poi sgranò gli occhi e lo riconobbe. «Marti… ciao. Io… ho sentito un rumore strano e sono venuto a vedere.»
«Non dovresti essere qui, Christian. È pericoloso passeggiare da soli al buio in spiaggia.» Marti notò la barca posizionata sulla sabbia e il corto segno che aveva lasciato. «L’hai spostata tu?»
«No, quando sono arrivato era già così» mentì l’altro ragazzo. «Eri qui vicino anche tu?»
«Sono scappato alla sorveglianza di mio padre» rispose Marti con un mezzo sorriso. «Volevo fare una passeggiata sul lungomare prima di andare a letto e ho sentito quel baccano. Sembra che qualcuno abbia cercato di rubare la barca, ma devi averlo spaventato.»
«Già.» Christian era insospettito. Quel ragazzo era spuntato all’improvviso ed era strano che si trovasse proprio nelle vicinanze e non avesse visto scappare l’uomo che lo aveva aggredito. A meno che non fosse proprio lui il suo assalitore.
«È tutto ok? Sembri sconvolto» disse Marti.
«Ho freddo, pensavo facesse più caldo in aprile.»
«Un errore comune.» Il ragazzo strinse le braccia contro il giubbotto di pelle chiuso e con il bavero alzato a proteggere il collo. « Sei qui da solo?»
Christian tornò sulla difensiva. «No. Cioè, sì. Mia sorella mi aspetta al Sergent Pine.»
«Dai andiamo, ti accompagno» si offrì Marti. «Meglio essere in due, nel caso ci sia qualche altro balordo in giro.»
«Va bene.» Christian accettò controvoglia.
Si girò solo per pochi secondi e notò che la scritta sulla battigia era scomparsa. Probabilmente le onde l’avevano cancellata.
O forse Ezra non voleva che qualcun altro potesse scorgere il suo messaggio.



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mercoledì 10 dicembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 10

Christian camminava da soli quindici minuti e già rimpiangeva la sua idea di essere uscito dal Sergent Pine. Era stato orgoglioso di essere riuscito per la prima volta a spuntarla con sua sorella, ottenendo tra l’altro ciò che voleva senza rimetterci niente, ma anche se era aprile, l’aria della sera era fredda e la sola camicia con sopra il giubbotto di jeans non gli bastava a coprirlo.
Trasse un lungo sospiro e inalò l’odore di salmastro. Esaminò nuovamente l’orologio al polso sinistro. Mancavano ancora quarantacinque minuti all’appuntamento per andare a riprendere Emma e non sapeva come impiegare il tempo.
Aveva percorso più di metà dell’isolato, senza incontrare nessuno e trovando la maggior parte delle vetrine coperte dalle serrande. Al primo incrocio sarebbe risbucato sullo stesso marciapiede che costeggiava l’agenzia immobiliare e poco più in là avrebbe ritrovato il pub. Non gli andava di fare di nuovo lo stesso giro una seconda volta, ma mancare all’accordo preso dava a Emma la possibilità di sottrarsi alla sua parte e lui voleva delle risposte.
Nel silenzio, Christian udì il rumore del mare non molto lontano. Si girò verso destra, oltre la strada individuò gli stabilimenti balneari chiusi, dietro i quali si estendeva la spiaggia.
L’idea di un giro lì lo allettava, ma rischiare di mettersi nei guai per così poco, lo fece desistere. Spostando di nuovo lo sguardo sul tragitto davanti a sé, il ragazzo scoprì di non essere più solo.
Proprio sotto la luce di un lampione, a una manciata di passi da lui, era comparso il solito bambino. Stesso abbigliamento della volta precedente e della fotografia. Stesso sguardo indecifrabile. Rimase a fissarlo per qualche istante
«Non dovresti essere in giro a quest’ora» disse Christian, cercando di reprimere la tensione al pensiero di avere di fronte un fantasma. «Tua madre sarà in pensiero.»
«La mia mamma non c’è più. Ora lo so» rispose il bambino. Mosse due passi verso il ragazzo. «Volevo chiederti scusa per l’atra volta.»
«Intendi ieri?»
Il bambino scosse la testa, si voltò e corse verso la strada.
«Aspetta. Non sono arrabbiato con te.» Christian gli corse dietro. «Fermati, non voglio farti del male.»
Il bambino era già arrivato sull’altro marciapiede, dove c’era l’ingresso degli impianti balneari.
Christian gli fu dietro in pochi secondi e vedendo che non accennava a rallentare, urlò: «So chi sei. Non scappare, Ezra.»
Il bambino si fermò di colpo.
Christian riuscì a raggiungerlo e si piegò sulle ginocchia. «Ho indovinato? Ezra è il tuo nome?»
Il bambino annuì.
Christian deglutì. «Ascolta, io mi chiamo Christian e anche se può sembrarti assurdo, so che ci siamo già incontrati anni fa.»
Ezra annuì di nuovo. «Vieni. Devo farti vedere una cosa.»
«Dove?»
Il bimbo gli afferrò la mano sinistra e lo tirò verso il muretto che racchiudeva il primo stabilimento davanti a loro. Lo scavalcò, guardando il ragazzo perché lo imitasse. Christian esitò per pochi secondi, poi lo seguì. Una volta dentro, gli riprese la mano nella sua e lo guidò sulla spiaggia.
«È molto lontano quello che vuoi mostrami?» chiese il ragazzo. «È vietato venire qui. Se qualcuno ci becca, sarà un problema.»
Ezra non rispose e lo portò fin dove le onde lambivano la sabbia, ritornando poi nel mare.
Christian guardò l’acqua e poi l’ambiente intorno a sé. Notò solo una barca di legno capovolta poco distante. «Cosa devo vedere?» domandò
Ezra indicò con l’indice destro la sabbia bagnata.
Il ragazzo abbassò lo sguardo sulla battigia e non notò nulla di particolare. Arrivò un’onda e quando si ritrasse, erano spuntate delle parole, come se fossero state scritte con la punta di un bastone di legno.
«Ma i pesciolini ancora non lo sanno. Sotto il mare anche gli squali abitano. Se attenti non staranno, nella loro pancia finiranno» lesse Christian ad alta voce. Sembrava una strofa di una filastrocca. Come quella sentita in radio e che sua sorella gli aveva rivelato di aver udito nel sogno.
Lasciò la mano di Ezra e avanzò di un passo verso la scritta. Era confuso, se stava cercando di dirgli qualcosa, non lo capiva.
Christian aprì la bocca per domandargli spiegazioni, ma un paio di mani possenti gli agguantarono la gola, mozzandogli il respiro.  

                                                     
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mercoledì 3 dicembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 9

«Eccomi. Scusa se ti ho fatto aspettare.» Pamela si lasciò cadere sulla sedia di fronte all’altra ragazza, posando uno strofinaccio umido sul tavolo. «Dov’è tuo fratello?»
«È uscito a prendere un po’ d’aria. Non preoccuparti, tornerà più tardi» rispose Emma.
«Oh… non gli piaccio, vero?»
Emma scosse la testa. «No, trova noiosi i discorsi tra ragazze. Come tutti i maschi.»
«Non ha tutti i torti» ammise Pamela. «Se ci fosse stato anche Marti, avrebbe avuto anche lui qualcuno con cui chiacchierare, ma mi ha dato buca all’ultimo minuto.»
«Mi dispiace, ci sono dei problemi?»
«Sì, suo padre.» Pamela accavallò la gamba. «Non fraintendermi, il dottor Rivas è una persona gentile e mi lascia spesso delle buone mance, ma è un po’ un tiranno quando Marti viene a stare da lui.»
«Non vive anche lui qui?»
«No. I suoi genitori sono separati e secondo gli accordi con il tribunale, deve vivere con sua madre tutto l’anno. Vede suo padre due week-end al mese e se vuole, durante le vacanze.»
«Avete una relazione a distanza?» chiese ammirata Emma. «Non credo ci riuscirei.»
Pamela scosse la testa sorridendo. «Neanche io vivo qui tutto l’anno. Papà riapre solo durante le festività o se c’è qualche evento. Dice che è una strategia perfetta: con tutti gli altri locali chiusi, la gente viene sempre qui e così guadagna qualche extra.»
«Quindi vivi nella stessa città di Marti.»
«Esatto. La maggior parte di chi ha un’attività o un’abitazione fa così. Impazzirei a stare qui dodici mesi. In estate è divertente: i turisti, tutto aperto, ma appena finiscono le vacanze è un’altra storia. Sembra di vivere in una città abbandonata e sapendo quella storia da brividi...»
«Che storia?» la interruppe Emma incuriosita.
«È una voce messa in giro circa una ventina di anni fa» raccontò Pamela. «In estate e più raramente durante il resto dell’anno, ci sono persone che affermano di vedere due bambini emergere dal mare e andare in giro per la città. Nessuno però sa chi siano o chi sono i loro genitori e quando cercano di portarli alla polizia, i due scompaiono nel nulla.»
Emma la guardò incerta. «Sono bambini del posto?»
«Secondo alcuni sì, secondo altri no.» La ragazza si stiracchiò, allungando le braccia verso l’alto. «Non li vede mai più di una persona nello stesso momento. E con il fatto che svaniscono nel nulla, secondo molti sono spettri.»
«Spettri?» ripeté Emma. 
«Sì, fantasmi» rispose Pamela, soddisfatta di averla interessata. «Secondo i più anziani, come tutti i fantasmi, sono sensibili al sale e dato che il sale marino riempie l’aria, nelle città di mare come la nostra c’è un’invisibile barriera naturale per cui fanno fatica a manifestarsi.»
«Quando ci riescono, cosa fanno?»
«In che senso?»
Emma cercò un modo per saperne di più, senza apparire troppo interessata. «Si presentano alle persone e lasciano dei messaggi? O cercano di far loro del male?»
«Più che altro chiedono di loro madre. Vogliono sapere se qualcuno l’ha vista.» Pamela si slegò i capelli raccolti nella coda. «Per questo si pensa che lei li abbia uccisi, ma per il trauma non lo ricordano.»
«Non possono essere mancati per morte naturale?»
«No. I fantasmi, ammesso che i due bambini lo siano davvero, vagano tra i vivi solo se hanno questioni irrisolte o, se sono così giovani, per morti violente.» Notando poi l‘espressione stupita dell’altra aggiunse. «Non sono una fanatica, ma mi sono informata perché a certi turisti piace credere di stare in una città di fantasmi e a volte imbastire questa storia li fa rimanere uno o due giorni in più nella speranza di vederli.»
Emma fu invasa da un dubbio. Aveva convinto suo fratello che Ezra e Clarissa erano figli di amici di sua madre, ora temeva che ci fosse un legame più stretto e tremendo tra la donna e i bambini. E se fosse in qualche modo coinvolta nella loro morte? Si sentì raggelare al solo pensiero.
Saverio sbucò dalla cucina con un alto spazzolone con le setole bagnate e cominciò a passarlo con energia sul pavimento.
«Ti senti bene?» domandò Pamela. «Sei diventata pallida all’improvviso.»
«Sì, sto bene è solo che…» la ragazza rifletté se era il caso di menzionare quei misteriosi bambini. Poi riprese: «Quando ci siamo conosciuti, oltre a te e Marti, c’erano altri due bambini che giocavano con me e mio fratello. Te li ricordi?»
«Non so, sono passati parecchi anni.»
«Erano gemelli come me e Christian» continuò Emma, cercando di risvegliare qualcosa nella sua memoria. «Si chiamavano Ezra e Clarissa e comparivano spesso all’improvviso.»
«Comparivano come spettri? Pensi che i fantasmi della città possano essere loro?» domandò Pamela eccitata.
«No, ma…»
«Pamela, piantala di raccontare queste fesserie» intervenne brusco Saverio. «E tu ragazzina, tra cinque minuti chiudiamo. Dillo anche a tuo fratello.»
«Sei sempre cortese e gentile» rispose sarcastica la figlia. «E comunque nel locale non c’è nessun altro.»
Saverio si guardò in giro cambiando espressione. «Se ne andato anche il dottor Rivas?»
Pamela annuì. «Ci siamo solo io ed Emma.»
L’uomo piazzò lo spazzolone tra le mani della figlia. «Finisci tu di pulire. Poi chiudi bene e fila a casa.»
Pamela lo guardò confusa e contrariata. «Perché? Tu cosa devi fare?»
«Mi sono ricordato di un appuntamento e rischio di arrivare in ritardo.» Saverio corse verso la porta e uscì come un fulmine. 
Osservandolo, Emma intuì che  l’uomo voleva rintracciare qualcuno appena uscito dal locale, ma tutta quella 
fretta non sembrava motivata da buone intenzioni.


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mercoledì 26 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 8

«Vado in bagno» disse Christian. Scostò la sedia e si incamminò verso la toilette del Sergent Pine.
Anche se lui era scettico, consumare i pasti nel pub era diventata un’abitudine. Loro padre si trovava bene ed Emma aveva liquidato velocemente i suoi dubbi, nonostante anche lei non provasse simpatia per Saverio. Anzi lo fulminava con lo sguardo ogni volta che provava a condividere con loro padre gli eventi inspiegabili che stavano vivendo. Così anche quella sera non ebbe altra scelta che seguirli nel locale per cena.
Christian si mosse lentamente, osservando con cura gli spostamenti dei presenti. Pamela stava entrando in cucina, dove l’aspettava il padre, mentre Ben Rivas era seduto su un alto sgabello al bancone, con lo stesso boccale di birra da mezz’ora, bevendone di tanto in tanto un sorso.
Per una frazione di secondo lo intravide sollevare il capo per guardarlo dirigersi verso la sua meta e poi abbassare di nuovo gli occhi sul bicchiere. Una volta dentro lo stanzino del bagno, il ragazzo chiuse la serratura rapidamente. 

Al tavolo, Paolo allontanò la tazza di caffè vuota da sotto il naso. «È stata una buona cena. Appena arriva Christian, torniamo a casa.»
«Cosa? Sono solo le nove e mezza!» brontolò Emma.
Il padre la guardò sorpreso. «E dov’è il problema?»
«Siamo in vacanza. Mi fai andare a letto prima di quando vado a scuola.»
«Domani devo alzarmi presto, la responsabile dell’agenzia verrà prima delle dieci e deve trovare tutto in ordine. Scatoloni a parte.»
«Ma non voglio fare molto tardi» replicò Emma. «Mi basta un’ora.»
«Per andare dove e con chi?» chiese Paolo serio.
«Da nessuna parte. Prima, mentre eri al telefono, Pamela mi ha chiesto se avevo voglia di farle compagnia finché non chiudeva. Staremo qui a fare due chiacchiere. Si annoia anche lei senza intorno nessuno sotto i quaranta anni.»
«E quel suo fidanzato… Marti?»
«È occupato» rispose la ragazza. «Dai papà! Non mi sembra di chiedere chissà cosa. Solo un’ora a parlare con una vecchia amica.»
Paolo ci rimuginò su, poi si arrese. «Va bene, ma a una condizione. Christian deve rimanere con te. Non voglio che te ne vada in giro da sola con il buio.»
«Ok. Affare fatto.»
Christian tornò pochi secondi dopo al tavolo e riprese posto. «Bagni impeccabili» commentò.
Il padre si alzò e disse: «Siamo d’accordo: ci vediamo tra un’ora. Buona notte.»
«Aspetta dove…» Christian si interruppe bruscamente. Le unghie di sua sorella erano infilate nei jeans, all’altezza del suo ginocchio.
«Ciao papà. Buona notte» lo salutò Emma.
Paolo uscì guardando poco convinto i figli. Ben Rivas trangugiò ciò che restava della birra, si chiuse in vita l’impermeabile beige e un minuto dopo abbandonò a sua volta il locale.
«Sei impazzita?» fece Christian arrabbiato.
«Scusa, ma se papà pensava che non volevi restare, non avrebbe dato il permesso neanche a me» spiegò Emma. «Era l’unico modo per poter stare fuori casa un po’ più a lungo.»
«Abbiamo dei programmi?» chiese lui inarcando un sopraciglio
«Restare qui a chiacchierare con Pamela. Ce l’ha proposto poco fa.»
«Me lo ricordo e la risposta era stata “forse”.» Christian mise il broncio. «Devi smetterla di fare proposte o accettarne a nome di tutti e due.»
«Vuoi metterti a dormire a quest’ora?»
«No, ma non ho voglia di fare salotto con te e Pamela. Vi mettereste a parlare di ragazzi ed è inutile che cerchi di convincermi del contrario» ribatté il ragazzo.
«Ti prego, fammi questo favore. Se torni a casa ora, dovrò farlo anche io.» Emma lo guardò dritto negli occhi, sapeva che carta giocare per convincerlo. «Se tu appoggi me, io farò lo stesso con te.»
Christian cambiò espressione. «Ci sto. Io ti lasciò ai tuoi pettegolezzi, se tu domani parli con me a papà di Ezra, Clarissa e le culle.»
«È un colpo basso.»
«Prendere o lasciare.»
Emma constatò che aveva imparato a tenerle testa. «Ok. Domani potrai fare tutte le domande che vuoi e io ti asseconderò.»  
Christian sorrise soddisfatto. Si alzò e rimise la sedia al suo posto.
«Che stai facendo?» domandò la sorella confusa.
«Rispetto il nostro patto. Ho detto che ti avrei lasciata con Pamela, non che sarei rimasto anche io.» Christian diede uno sguardo all’orologio al polso sinistro. «Faccio un giro qui intorno e alle dieci e mezza in punto ti vengo a prendere.»
Emma lo osservò mentre oltrepassava la porta del pub e spariva all’esterno. Sorrise. Lo aveva sottovalutato, suo fratello era diventato più furbo di quanto immaginasse.
Christian però ignorava che avrebbe presto rimpianto questa sua vittoria.

                                            

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mercoledì 19 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 7

Nel pomeriggio, dato che era rimasto poco da imballare, Emma aveva esonerato il padre dall’aiutarli a farlo. Sperava in quel modo di rimediare al malumore che lo aveva colto di nuovo all’improvviso.
Paolo aveva accettato e sistematosi comodamente sul letto matrimoniale, si portò avanti con il suo lavoro usando il computer portatile che aveva con sé e inviando alcune e-mail tramite la chiavetta per la connessione in internet.
Nel salone, fratello e sorella erano ai lati opposti del tavolo, intenti ad avvolgere alcune stoviglie in vecchi giornali, ritrovati in casa.
Emma era incuriosita e sorpresa che il gemello non l’avesse aggredita per averlo coinvolto in quel lavoro, senza prima consultarlo. «Sei pensieroso e stranamente docile.»
«Che cosa?» domandò Christian, riemergendo dai suoi pensieri.
«Niente battute, niente “mi devi un grosso favore” o cose del genere» rispose lei. «Ti sta bene che abbia scelto io per tutti e due?»
«No, naturalmente, ma ero concentrato su altro.» Christian posò il piatto che aveva in mano. «Hai visto la reazione del dottore dopo che ha scoperto chi era nostra madre? Sembrava sospetto.»
«Aveva solo fretta e fame.»
«È andato a parlare con Saverio. Si sono messi a confabulare tra loro e l’ho sentito fare domande su di noi. Poi, quando per caso abbiamo incrociato lo sguardo tutti tre, mi si sono rizzati i peli delle braccia. Sanno qualcosa che ci riguarda e non vogliono che lo veniamo a sapere.»
Emma sospirò. «Stai diventando paranoico. Quei due vivono qui, si conoscono da una vita e i loro figli si frequentano. Avevano sicuramente altri argomenti di cui parlare.»
Christian mugugnò qualcosa, ma la ragazza lo ignorò e si spostò verso un cassetto dietro alla parte sinistra del tavolo, lo aprì e lo trovò semivuoto. Le ritornò poi in mente un trucco che aveva scovato cinque anni prima. Premé con il palmo della mano il centro del cassetto e fece sollevare una lista di legno, rivelando un doppio fondo segreto. All’interno erano ancora nascosti i tesori che aveva riposto da bambina: un sacchetto di biglie, un paio di conchiglie dalle sfumature rosa e una fotografia. La prese in mano e la scrutò con attenzione. «Non è possibile» mormorò.
Christian le si avvicinò. «Che c’è?»
«Guarda» disse Emma, passandogli la fotografia. «Ce l’hanno scattata l’estate di cinque anni fa. Li riconosci?»
Il ragazzo strabuzzò gli occhi. «Siamo noi con Ezra e Clarissa.» I bambini accanto a loro indossavano dei vestiti familiari. Pantaloni bianchi e una maglietta blu con un’ancora lui, un vestito giallo a fiori rosa e blu lei. «Sono identici ai due bambini che abbiamo rivisto ieri. Forse sono proprio loro.»
«È impossibile. All’epoca di quando è stata scattata, avevano dieci anni, quindi ora dovrebbero averne quindici come noi.»
«Clarissa era vestita così quando l’hai vista, vero?»
Emma si morse un labbro. «Era l’abito che avevo nell’incubo. E mi è parso lo stesso della bambina accanto al mio letto, ma era buio… e non so se era un sogno…»
«No, lei era lì. Proprio come Ezra era davanti al cancello» replicò Christian.
«Non è logico. Ci deve essere un’altra spiegazione.»
«C’è una spiegazione» ribadì il fratello. «Ma è soprannaturale.»
Emma scosse la testa. «È assurdo. Non puoi pensarlo sul serio.»
«Solo perché è qualcosa difficile da dimostrare o raro, non significa che sia impossibile.»
«È irrazionale.»
«D’accordo, allora chiediamolo a papà» sbottò Christian. «Noi eravamo piccoli in quegli anni, ma lui era adulto. Se c’è qualcosa che non ricordiamo, ce lo chiarirà.»
«No.» Emma gli strappò la fotografia di mano e la buttò nello scatolone insieme a piatti e bicchieri incartati. «Siamo stanchi. Nell’ultimo mese ne abbiamo passate tante. La malattia della mamma, la sua morte, il funerale, il ritorno in questa casa… troppo in poco tempo. Siamo solo sopraffatti e confusi dalle emozioni e rivangare il passato non fa bene. È doloroso per noi e anche per lui.»
«Vuoi rimanere con questo dubbio?»
«Domani verranno a vedere la casa e la metteranno in vendita, noi ce ne andremo e  dimenticheremo questa storia.» La ragazza riprese a impacchettare stoviglie.
Anche se non condivideva la sua opinione, Christian fece lo stesso.
Nel silenzio della casa si udì un cigolare lontano.
Fratello e sorella alzarono in contemporanea la testa e si fissarono confusi.
Il cigolio proseguì.
«Ma cosa…?» iniziò Emma.
«Shh!» la zittì Christian.
Il ragazzo si alzò in piedi e seguì il rumore debole, che lo condusse in cucina. Aprì lentamente la porta della cantina e superando ogni timore scese le scale.
Il cigolare era più forte e continuato.
Christian accese la luce e il respiro gli si bloccò in gola.
Sentì sua sorella arrivargli alle spalle. «Che cosa stai…» Anche lei rimase senza parole.
Le due culle dondolavano a ritmo frenetico, una al fianco dell’altra. Di colpo si fermarono, come se la mano invisibile che le agitava si fosse ritratta.
Christian si voltò all’indietro verso al sorella. «Sei ancora convinta che si tratti di stanchezza?»
Lei non rispose, ma lo tirò per un braccio e risalì di corsa per uscire dalla cantina.
Seguendola, Christian si convinse definitivamente che stava accadendo qualcosa di strano.   


                                                             Continua...

mercoledì 12 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 6

«Non capisco perché non posso chiederglielo» sbottò Christian.
Lui e la sorella erano da poco usciti di casa, chiudendola con il secondo mazzo di chiavi che avevano trovato e che condividevano. Avevano deciso di raggiungere il padre all’agenzia immobiliare e in breve iniziarono a discutere.
«Cosa vuoi che ne sappia papà di quelle culle e del resto?» ribatté Emma.
«Se non lo chiediamo, non lo sapremo» fece il ragazzo.
Emma si domandò perché il fratello fosse tanto ottuso. Loro padre stava soffrendo per la morte della mamma, anche se cercava di nasconderlo e di sicuro non aveva voglia di ricordare qualcosa di tanto insignificante, anche se la madre gliene aveva parlato. In fin dei conti erano andati in quella maledetta casa una sola estate. Quella estate... «Ora mi ricordo!» esclamò.
«Cosa?» domandò Christian.
«Perché mi sono familiari i nomi dei bambini. Li abbiamo conosciuti cinque anni fa» disse Emma. «Qualche volta sbucavano da non so dove e giocavano con noi.»
Christian si sforzò di ricordare. «Hai ragione. Si chiamavano Ezra e Clarissa anche loro ed erano gemelli come noi.»
«Visto? È tutto chiaro. Sicuramente erano figli di amici della mamma e per gentilezza ha tenuto lei da parte le loro cose.»
Il fratello sbuffò. «Sarà come dici tu, ma non sono convinto.»
Durante la conversazione, i due ragazzi non si accorsero di trovarsi quasi davanti all’agenzia. Lo capirono, vedendo il padre camminare nella loro direzione.
«Ciao, come è andata la perlustrazione in cantina?» domandò Paolo.
«Niente di interessante» rispose prontamente Emma, baciandolo sulla guancia. «Roba inutile che possiamo farci portare con calma dalla ditta dei traslochi.»
«Perfetto. La responsabile dell’agenzia verrà a visitare la casa domani.» L’uomo esaminò l’orologio al polso. «È ora di pranzo. Dato che è qui vicino, direi che ci conviene tornare al Sergent Pine. Ieri abbiamo mangiato bene.»
I gemelli avrebbero voluto replicare che se non c’era niente da ridire sul cibo, lo stesso non valeva per il proprietario.

Diversamente dalla sera prima, fu Pamela ad accogliere Paolo e i figli all’ingresso nel pub.
«Benvenuti» disse la giovane sorridente. «Pranzate?»
Paolo annuì.
«Vi va bene il tavolo di ieri?» domandò Pamela.
«Certo» rispose l’uomo.
Prendendo posto, sia Emma che Christian cercarono con lo sguardo Saverio. Lo individuarono dietro al bancone, che li scrutava a sua volta. Non riuscirono a decifrare l’espressione del suo viso, ma gli occhi erano diffidenti e indagatori.
Pamela posò i menù davanti a loro, si allontanò ed entrambi i ragazzi nascosero il volto dietro al foglio piegabile plastificato.
Qualche minuto dopo, la cameriera si ripresentò per prendere le ordinazioni. Il tutto si svolse più velocemente della volta precedente. Emma e Christian acconsentirono a prendere una bottiglia di acqua da bere, come scelto dal padre e si accodarono anche nella sua decisione di mangiare un panino con burro, salmone e rucola.
Quando Pamela entrò in cucina, Paolo osservò i figli. «Siete molto silenziosi» notò. «C’è qualcosa che non va?»
 Christian scosse la testa.
«Siamo solo un po’ stanchi. Da quando siamo qui, ci hai messo ai lavori forzati» rispose Emma, levandoli dall’impaccio.
Paolo abbozzò un sorriso. «Non mi perdonerai tanto facilmente di averti rovinato le vacanze, vero?»
«Chi lo sa… magari troveremo un modo» replicò la ragazza.
La porta del Sergent Pine si aprì nuovamente ed entrò un uomo con indosso un impermeabile beige aperto, che lasciava intravedere un maglione nero a collo alto e dei pantaloni grigi, i capelli scuri impomatati e pettinati all’indietro, con al fianco un ragazzo con un giubbotto nero di pelle e i capelli ossigenati di biondo.
Pamela corse verso il ragazzo e gli buttò le braccia al collo. «Finalmente! Quanto ancora dovevo aspettare perché venissi a salutarmi?» Lo baciò con trasporto sulla bocca, mettendolo in imbarazzo. 
«È colpa mia» disse l’uomo. «L’ho monopolizzato, ma sai come siamo noi padri.»
«Mai possessivo quanto il mio» disse Pamela sottovoce. «Venite, voglio presentarvi delle persone.»
La ragazza li guidò al tavolo di Paolo e i suoi figli.
«Signor…» Pamela si rese conto di non aver ancora domandato il cognome all’uomo.
«La Vigna» rispose Paolo.
«Signor La Vigna» riprese Pamela, «le presento il dottor Ben Rivas e suo figlio Marti, che è anche il mio fidanzato.»
Ben porse la mano destra a Paolo. «Piacere.»
«Salve» rispose l’altro.
«E loro sono i suoi figli gemelli, Emma e Christian» continuò Pamela. Tirò il braccio a Marti. «Siamo stati sempre insieme per un’intera estate cinque anni fa, te li ricordi?»
Marti li guardò dubbioso. «Non sono bravo ad associare nomi e volti… però mi ricordo di una coppia di gemelli. È bello rivedervi.»
«Anche per noi» rispose Emma.
«Quindi lei è l’uomo della foto» disse Christian, indicando la cornice affissa alle spalle del dottor Rivas. «Conosceva nostra madre.»
Ben si girò di scatto. Osservò la fotografia in cui era raffigurato accanto alla donna e con il proprietario del pub e poi si voltò verso i due ragazzi. «Voi siete i figli di Teresa McKenzie?»
«Teresa La Vigna» puntualizzò Paolo. «Mia moglie è morta un mese fa per un tumore. Siamo qui per sbrigare gli ultimi affari che la riguardano.»
«Condoglianze.» Ben prese il figlio per la spalla. «Andiamo, la mia pausa non dura molto. Dopo devo tornare subito in ospedale.» Lanciò un’occhiata fugace ai tre al tavolo e disse: «Buon appetito.»    
I due scelsero un tavolo parecchio distante dagli altri unici clienti del locale e Pamela si fermò a trascrivere le loro ordinazioni.
«Mamma ti ha mai parlato di lui?» domandò Christian d’impulso.
Emma gli lanciò un’occhiataccia.
«Non ricordo» rispose evasivo Paolo. Sembrava a disagio, tamburellando l’indice e il medio sulla superficie in legno.
Poco dopo Pamela portò loro i tre piatti con i panini e mentre si apprestava a mordere il suo, Christian alzò gli occhi verso il tavolo del dottore e il figlio.
L’uomo si era alzato ed era appoggiato al bancone. Stava parlando con Saverio e gesticolava piuttosto agitato.
«Sapevi che erano qui? Da quanto sono arrivati?» domandò il dottor Rivas.
«Abbassa la voce» rispose Saverio pacatamente e spostò solo per un secondo gli occhi dal suo interlocutore. In quell’istante incrociò lo sguardo di Christian.
Imitandolo, Ben si girò, diventando il terzo elemento di un triangolo di occhiate.
Christian rimase ipnotizzato per pochi secondi, poi una sensazione spiacevole lo riscosse e abbassò di corsa la testa, mentre un brivido gli corse lungo la schiena.
Da come entrambi lo avevano fissato e da quello che aveva sentito, era ormai certo che i due gli stessero nascondendo qualcosa.

                                                                     
                                                             Continua...

mercoledì 5 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 5

Dopo la notte agitata, il risveglio di Emma fu altrettanto brusco.
Christian la scuoteva sgarbatamente. «Emma! Ti vuoi svegliare? È tardi» ripeteva a voce alta.
Emma lo scansò, aprendo finalmente gli occhi. «Perché fai tutto questo casino? Che ore sono?»
«Le nove passate.»
«Perché mi hai svegliato così presto?» domandò mettendosi a sedere in mezzo al letto.
«Papà ci ha portato la colazione ed è uscito lasciandoci un compito.» Christian abbandonò la camera, tornando in salone. Sul tavolo aveva sistemato due tovagliette di cotone a quadretti rossi e blu, sfrangiate sui lati e aveva disposto su ognuna un bicchiere di plastica coperto e un piatto con una brioche.
Emma si trascinò svogliatamente nella stanza e si lasciò cadere sulla prima sedia. Annusò il profumo che fuoriusciva dal bicchiere e sulle sue labbra si disegnò un sorriso. «Caffè.» Lo scoperchiò, ne bevve un sorso e aggiunse: «Dove ha trovato questa roba?»
«Al bar qui dietro l’angolo. Sta aperto solo mezza giornata, per questo ieri quando siamo arrivati non ci abbiamo fatto caso» spiegò Christian.
«E adesso dov’è papà?»
«Dalla responsabile dell’agenzia immobiliare. Vuole un appuntamento al più presto per mostrarle la casa e metterla in vendita.» Il ragazzo diede un morso alla sua brioche e masticando, osservò la sorella che stringeva tra le mani il bicchiere fumante con sguardo vacuo. «Che hai? Passato una brutta notte?»
«Ho dormito poco e male per colpa di un incubo.» Emma strappò un pezzo della brioche e se lo mise in bocca.
«Cosa hai sognato?»
«Era tutto strano… ero bambina e entravo in mare. Stavo cantando la canzoncina che abbiamo sentito alla radio, ma c’era una strofa in più e all’improvviso qualcosa mi trascinava sott’acqua.»
Christian tolse la copertura al suo caffè e ci soffio sopra. «Non mi sembra così spaventoso.»
«Non ho finito» rispose lei, posando la brioche sul piatto. «Mi sono svegliata all’improvviso con la sensazione di annegare e appena ho aperto gli occhi, vicino al letto c’era una bambina, indossava un vestito giallo con i fiorellini rosa e blu, come il mio nel sogno e mi fissava.»
«Ne sei sicura?»
«Sì. Cioè, non proprio. Mi sono strofinata gli occhi ed era sparita.»
«Magari stavi ancora sognando» rispose Christian, scrollando le spalle. Poi un pensiero gli attraversò la mente. «Oppure…»  
«Cosa?»
«Ieri mentre riempivo gli scatoloni, qualcuno ha tirato dei sassi al vetro. Sono uscito in veranda e ho visto un bambino. Tu mi hai chiamato e quando ho rimesso la testa fuori era scomparso.»
«Non è la stessa cosa.» Emma terminò di bere il suo caffè. «Quello che hai visto tu può essere corso via mentre non guardavi, la bambina che ho visto io era dentro casa. In camera.»
«Sai che c’è una spiegazione. Può significare che sono…»
«Non dirlo» lo interruppe la sorella. «Non pronunciare la parola che inizia per “f”. Questa vacanza è già un disastro, ci mancano solo le tue storie dell’orrore.»
«A ogni modo la vacanza sta per peggiorare» fece lui, incrociando le braccia. «Ti ho detto del compito che ci ha lasciato papà. Vuole che esaminiamo la cantina.»
«Questa vecchia baracca ha anche una cantina? E cosa vuole che ci facciamo con quello che c’è dentro? Non bastano quelli da portare via?» Emma sparò a raffica le domande, indicando le scatole impilate contro il muro, accanto alla porta d’ingresso.
«Dice che se è troppa roba, manderemo poi un camion dei traslochi a prelevarla.»
Emma scostò rumorosamente la sedia dal tavolo e si alzò. «Uffa! Vado a prepararmi» brontolò.
Christian, che era già vestito, rimase seduto. Terminato il caffè, mentre aspettava che sua sorella fosse pronta, ebbe tutto il tempo di sbocconcellare la metà di brioche che lei aveva avanzato nel piatto. 

Venti minuti dopo erano davanti alla porta con la lacca bianca staccata in più punti, situata vicino al fornello a gas in cucina.
Christian la spalancò ed entrambi sbirciarono all’interno, ma il buio pesto impediva di riconoscere una qualsiasi forma. «Prima le signore» disse, allargando il braccio destro per farle spazio.
Emma arricciò il naso. «Il solito fifone» commentò, scendendo per gli scalini di legno che scricchiolarono a ogni suo passo.
La poca luce che veniva dal piano superiore si esaurì e arrivata al termine della scala, tastando con la mano destra il muro, Emma individuò il pulsante della luce elettrica e lo spinse.
La luce si riversò nell’ambiente e Christian, che era dietro alla sorella, la spinse perché proseguisse.
Quello che attirò subito i loro sguardi fu una coppia di culle abbandonate nel centro dello stanzone. Muovendosi con attenzione in mezzo a vari oggetti sparpagliati un po’ ovunque, i gemelli si avvicinarono per vederle meglio.
«Che belle. Sembrano molto vecchie» disse Emma. Entrambe erano in legno, con una testata e lo spazio vuoto dove inserire il materassino senza alcun segno, mostrando che erano ancora in buono stato.
«E non sono nostre» replicò Christian. Sfiorò con le dita le lettere intagliate sulle testate. «Sono di Ezra e Clarissa. Ti suonano familiari?»
«A dire il vero sì» ammise la sorella. «Ma non ricordo dove li ho già sentiti.»
«Chi erano questi bambini? E perché nella cantina della mamma c’è la loro roba?»
«Non è detto che appartenga tutto a loro due.»
Christian la guardò con aria di sfida. «Vuoi scommettere?» Si accovacciò sulle ginocchia e frugò tra i quaderni posati sul pavimento.
Emma spinse lievemente la culla a cui era appoggiata e il piede a mezzaluna cigolò, facendola dondolare. «Ricordi se la mamma ci cantava mai una filastrocca quando andavamo a dormire? Tipo quella che abbiamo sentito alla radio venendo qui.» 
«Uhm... no» rispose distrattamente il fratello, spostando il suo interesse su una pigna di pupazzi raffiguranti animali.
«Eppure nel sogno la sapevo a memoria» commentò Emma.
Christian afferrò un paio di quaderni e si rimise in piedi. «Guarda qua» disse aprendoli sotto il naso della sorella. «Sono tutti di Ezra o Clarissa e arrivano fino alla quarta elementare.»
«Quindi?»
«Non lo so. È un’altra cosa strana.» Christian chiuse i quaderni. «Ho controllato i giocattoli e non ne ho riconosciuto nessuno. E sono sicuro che anche i vestiti nelle scatole non sono nostri. Che senso ha conservare roba appartenuta a degli sconosciuti?»
«Forse non erano sconosciuti» ipotizzò Emma. «Magari erano figli di amici della mamma e i nostri nonni li consideravano come dei nipoti. Per questo hanno tenuto le loro cose.»
«E i loro genitori glielo hanno permesso? Non hanno voluto niente dell’infanzia dei figli?»
«Che vuoi che ti dica? Probabilmente non avevano lo spazio dove metterli.»
Christian posò i quaderni sugli altri e si rigirò un paio di volte per guardare di nuovo il resto delle cose ammassate qua e là. «La mamma non ci hai mai raccontato nulla di quando era giovane. E non ricordo di aver mai visto fotografie dei nonni.»
«Sono morti prima che nascessimo e per la mamma era troppo doloroso avere le foto intorno» rispose la sorella. «Dai, andiamocene. Tanto sono tutte cianfrusaglie che possono aspettare.» Spense la luce e si avviò agli scalini.
Seguendola sulle scale che li riportarono in cucina, Christian rimuginò sulla ragione per cui loro madre poteva aver conservato i ricordi di estranei. E si convinse che Ezra e Clarissa avevano un qualche legame con la loro famiglia.
Appena chiusero la porta, le culle si mossero brevemente, ondeggiando con un cigolio di fondo.

                                                    Continua...

mercoledì 29 ottobre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 4

La divisione delle camere per la notte era stata sbrigativa. Paolo aveva offerto ai figli di dormire insieme nel letto matrimoniale, ma loro avevano rifiutato all’istante con smorfie di disgusto, lasciandolo a lui.
Emma si era sistemata nella stanza che aveva sbaraccato, dando al fratello come unica scelta il divano letto nel salone.
Dopo essersi tirata fin sotto il mento il pesante piumone bianco e viola, la ragazza si era addormentata subito. La stanchezza l’aveva fatta sprofondare in un sonno in principio senza sogni, ma poi ne era incominciato uno bizzarro.
Emma sapeva di essere bambina e lisciandosi il vestitino giallo con fiorellini blu e rosa che aveva indosso, canticchiava una filastrocca. «Due pesciolini nuotano felici. Sotto le onde veloci si rifugiano. Sotto il mare sorprese troveranno. Tra i flutti altri pesci incontreranno. Giù, giù, giù, le bolle vanno su.»
Rise felice. Quella canzoncina la cantava sempre la mamma prima di metterla a dormire. Entrò in acqua continuando a ripeterla. Le onde erano grosse, ma non provò paura. Avanzò tranquilla fin quando l’acqua cominciò a bagnare i bordi inferiori del vestito.
Fu allora, che un paio di mani le afferrarono le caviglie e la trascinarono sott’acqua. Le dita erano serrate intorno alla sua carne come tenaglie. Annaspò e buttò fuori aria, che si tramutò in bolle, come nella filastrocca.   
Emma cominciò a piangere, non voleva morire affogata.
Si svegliò di colpo, tossendo. Spalancò gli occhi, non ancora abituati alla penombra della camera e rimase pietrificata.
 A due passi da lei c’era una bambina.
Illuminata dal bagliore dei lampioni, che dall’esterno attraversavano il vetro della finestra, la bimba indossava lo stesso vestitino a fiori del sogno. La fissava immobile, con i capelli divisi in due codine che le incorniciavano il volto serio.
Emma si raddrizzò sul materasso, scostando il piumone e strofinandosi gli occhi. Abbassò le mani e rimase a bocca aperta.
Era sparita.
Oltre a lei, non c’era nessuno nella stanza.


                                                      Continua...

mercoledì 22 ottobre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 3

All’imbrunire, Paolo e i figli erano per strada. Si stava avvicinando l’ora di cena e il frigorifero della casa era vuoto, così come la dispensa. Avevano cercato un emporio o minimarket aperto, ma le serrande erano tutte abbassate. Lo stesso valeva per quelle dei ristornati e delle tavole calde.
Sembrava di camminare in una città fantasma. 
Una luce rossa e verde al neon riportò loro un po’ di speranza. Era dell’insegna di un pub.
«Sergent Pine» lesse ad alta voce Paolo.
«I più buoni hot-dog che abbia mai mangiato» disse Christian. Sentire il nome gli aveva risvegliato subito nella memoria quel ricordo. «L’estate di cinque anni fa, ci passavamo la maggior parte dei pomeriggi, ti ricordi?»
Emma inarcò un sopracciglio. «Mi sembra.... avevamo fatto amicizia con la figlia del proprietario, giusto?»
«Be’ credo sia l’unico locale aperto» fece Paolo, spingendo la porta verso l’interno.
Un uomo dalla corporatura massiccia, le braccia muscolose, la testa calva e un paio di baffi neri sopra le labbra, li accolse da dietro il bancone. «Buona sera.»
«Buona sera. È possibile cenare?» domandò Paolo.
«Certamente» rispose l’uomo. Sembrava gradire l’arrivo improvviso di nuovi clienti. Abbandonò il boccale che stava asciugando e andò in contro ai tre. «Accomodatevi pure. Vi faccio portare dei menù.»
Li scortò al primo tavolo vicino all’ampia finestra e si girò verso la porta che dava sul retro del locale. «Pamela! Pamela!» urlò. Tornò a voltarsi verso i clienti e disse: «Scusate, mia figlia è l’unica cameriera disponibile in questa stagione. Sapete, città di mare come la nostra vivono principalmente sul turismo e si risvegliano solo tra giugno e settembre.»
«Per questo non abbiamo visto nessun negozio aperto qui in giro» commentò Emma.
L’uomo annuì. Riportò quindi lo sguardo impaziente verso la porta sul retro. «Pamela! Ti vuoi dare una mossa!»
La porta si spalancò, sbattendo contro il muro, ne uscì una ragazza di quindici anni, longilinea, con i capelli neri che stava raccogliendo in una coda di cavallo. «Pa’ la pianti di urlare in quel modo? Devi darmi il tempo di sistemarmi.» Indossava una minigonna nera e una maglietta rosa stropicciata.
«Ci sono dei clienti» replicò lui per giustificarsi.
Pamela si fermò al bancone e raccolse tre menù e un blocchetto con una penna. «Sono sicura che mi perdoneranno per l’attesa.»
«Non preoccuparti, non abbiamo fretta» disse Christian, sorridendo alla ragazza.
«Non sei cambiata poi tanto, ma forse non ti ricordi di noi» fece Emma gentilmente.
Sia il padre che la figlia li guardarono sorpresi.
«Conosci questi ragazzi?» domandò l’uomo.
Pamela li fissò per qualche secondo. «Ora che vi vedo bene… sì. Mi ricordo di voi. Siete i gemelli. Emma e Christian, giusto?»
«Complimenti. Ottima memoria» disse Paolo.
Pamela distribuì i menù ai tre clienti. «Grazie. Sono brava a ricordare i volti. Cosa vi porto?»
«Per me una birra» rispose l’uomo. Fece scorrere rapidamente l’indice sul menù e aggiunse: «E spaghetti allo scoglio.»
Pamela scrisse l’ordine. «E voi ragazzi?»
«Io prendo una Coca e un’insalata di tonno» rispose Emma, posando il menù sul tavolo.
Christian, invece, non aveva degnato il menù di uno sguardo. «Fate ancora quegli hot-dog pazzeschi?»
Il padre di Pamela sorrise soddisfatto. «Certo ragazzo! Sono il marchio di fabbrica del Sergent Pine di Saverio Schiavelli.»
«È più orgoglioso di quei panini che di me» borbottò Pamela.
«Ne prendo uno con senape, maionese e ketchup e da bere una Coca» disse Christian.
Saverio batté soddisfatto una pacca sulla spalla destra di Christian. «Vado a preparartelo subito.»
«Visto che è così gentile, potrei avere un’informazione?» domandò Paolo. «Sa se c’è un’agenzia immobiliare aperta in città?»
«Sì, in fondo alla strada, all’angolo con l’edicola. Quelli sono aperti tutto l’anno» rispose Saverio ridendo.
L’uomo e la figlia scomparvero dietro la porta della cucina.
«Sembrano simpatici» disse Paolo, con una lieve sfumatura di sorpresa nella voce. Il cellulare nella tasca dei pantaloni suonò e lo estrasse velocemente. Controllò il display. «È una questione di lavoro. Devo rispondere, ma ci metterò pochissimo.»
Alzando la testa per vederlo uscire dal locale, i ragazzi notarono una serie di foto appese al lato sinistro del bancone.
Pamela rientrò nella sala con le bibite nei bicchieri, posati su un vassoio e si sporse lungo il tavolo per distribuirli.
«Posso farti una domanda?» chiese Christian, mentre lei si allontanava. «Chi sono gli uomini accanto alla donna, nella seconda foto in basso?»
 «Che ficcanaso che sei!» lo punzecchiò Emma.
«Non è vero» replicò lui. «Sono curioso perché ce ne è una identica in un album che ho trovato oggi in casa. E la donna è la mamma.»
Pamela emise un leggero risolino. «Nessun problema. Quello sulla sinistra è mio padre, mentre l’atro non lo so. Ma possiamo chiederglielo.»
Pamela si allontanò verso la cucina e tornò subito dopo con Saverio. Gli indicò la foto e chiese: «Papà chi è l’uomo con te?»
«È il dottor Rivas. Ben Rivas.»
«Il padre di Marti?» fece Pamela sbalordita.
Saverio annuì. «Da giovani eravamo molto amici.»
«Quindi conosceva bene anche nostra madre» disse Emma,
«Come?» domandò l’uomo.
«La donna tra lei e il dottore» rispose Christian, indicando a sua volta la foto con l’indice. «È nostra madre Teresa.»
«Era» lo corresse la sorella. «È morta un mese fa di cancro.»
Saverio s’incupì. «Mi dispiace. Condoglianze.» L’espressione gioviale abbandonò il suo volto. «Scusatemi, devo tornare in cucina. Vieni Pamela.»
I gemelli li seguirono con lo sguardo, notando il suo repentino cambio di umore.
Il padre rientrò, cogliendoli di sorpresa.«Mi sono perso qualcosa?»
Christian ed Emma scossero la testa. Si misero a parlare della telefonata, domandandogli i dettagli e sviando la conversazione su argomenti di poca importanza.
Qualche minuto dopo, Saverio e la figlia tornarono nel salone con le loro ordinazioni. A nessuno dei gemelli sfuggì il modo brusco con cui lui posò le pietanze sul tavolo.
«Pensate di prendere altro?» chiese Pamela sorridente.
Paolo si sistemò il tovagliolo sui pantaloni «No, sono a posto così.»
Sentendo su di loro lo sguardo pungente di Saverio, i due ragazzi si affrettarono a rispondere.
«Anch’io» disse Emma.
«Idem» rispose Christian.
I due sparirono di nuovo in cucina e i gemelli si guardarono negli occhi. Senza bisogno di parlare, sapevano di condividere lo stesso pensiero. C’era qualcosa di strano in quell’uomo.

                                                      Continua...