lunedì 27 gennaio 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 2

Casata Cinder
Palazzo di Lady Genevieve

Due nuovi colpi rimbombarono contro il portone del palazzo.
«Sto arrivando» urlò Ella, scendendo a perdifiato le scale che conducevano al cortile interno. Con la mano sinistra si reggeva al corrimano, mentre con la destra teneva stretti al petto i lembi del pesante scialle di lana verde scuro, che seppur costellato di buchi e pochi rattoppi, le copriva il busto nero a maniche lunghe e la proteggeva dall’aria gelida del mattino.
La giovane si riassettò i capelli biondo cenere, arruffati per la corsa, infilò la chiave nella serratura, la girò per cinque volte e spinse con fatica l’anta destra del portone. Un messo in divisa blu,il petto percorso da una fascia rossa e i capelli castano scuro tirati indietro, le porse una pergamena sigillata. «Da parte di Re Ebon della Casata White, per Lady Genevieve e le sue figlie della Casata Cinder.»
Ella prese la pergamena e la rigirò incredula, scorgendo il sigillo reale rosso scuro impresso sulla chiusura. «Molte grazie» disse al messo.
L’uomo s’inchinò, si voltò e rimontò sul cocchio. Spronò i due cavalli e riparti lungo la strada.
Ella fece cadere la pergamena nella tasca del grembiule legato sopra la gonna grigia, e tirò con entrambe le mani l’anta, richiudendo quindi il portone con la chiave. Non era un lavoro adatto a una ragazza di soli diciassette anni, ma aveva dovuto subire anche quella imposizione. Da quando quasi otto anni prima suo padre Lord Maurice era morto, la sua matrigna aveva iniziato a trattarla sempre meno da Lady e più da sguattera, privandola anche del suo titolo nobiliare per favorire le sue sorellastre. Spendeva il patrimonio di famiglia in sciocchezze per il suo piacere e quello delle sue figlie e negli ultimi tempi i soldi iniziavano a scarseggiare. Per risolvere la situazione, avevano licenziato parte della servitù e lei era obbligata a sostituire il maggiordomo e fare da aiutante alla cuoca e alle due domestiche di casa.
Risalendo la scalinata che la conduceva all’ingresso del palazzo, Ella si ripeté di resistere ancora, forse quella pergamena che teneva con sé poteva essere l’inizio del suo piano per riscattarsi. Usò la seconda chiave presente nell’anello e la infilò nella serratura della porta, la fece scattare e poi lo richiuse alle sue spalle. Nel corridoio silenzioso riecheggiava la voce stizzita di Lady Genevieve, che stava proseguendo la discussione cominciata nel momento in cui Ella era uscita per recapitare la missiva.
«Non sopporto dovermi ripetere e lo sto facendo dal momento in cui mi sono alzata dal letto» disse la donna, ed Ella udì la sua voce farsi sempre più stridula, mano a mano che si avvicinava alla sala da pranzo.
Entrando, Ella trovò la matrigna e le sorellastre ancora impegnate a terminare la colazione. Lady Genevieve era seduta al capo sinistro del tavolo stretto e rettangolare. Alla sua destra, nella prima metà del lato più lungo, erano accomodate le sue figlie: Lady Sabine e Lady Angelique.  
Avvolta nella sua vestaglia giallo canarino, Angelique gesticolò spostando la tazza di ceramica che aveva davanti. «Madre, non mi avete nemmeno fatto elencare quali benefici…»
«Benefici?» ripeté sconcertata Lady Genevieve. «Quali benefici potranno mai esserci nello sposare il figlio di un commerciante di tessuti?»
«Stoffa gratuita a volontà» mormorò Sabine nella sua vestaglia rosa, soffocando una risatina e coprendosi la bocca con il bordo della tazza.
«Non c’è niente da ridere, Sabine» la riprese la madre. «Vi ho insegnato da diversi anni ormai come valutare se un uomo è adatto per poter diventare un marito. Il figlio di un commerciante, per cominciare, non appartiene al nostro stesso ceto sociale. In secondo luogo, pensi che ti potrebbe mantenere a dovere se per un’intuizione sbagliata nei suoi affari si ritrovasse a non vendere neanche un misero pezzo di stoffa? Senza contare che potrebbe obbligarti a metterti a lavorare per lui.»
«Oh, non lo farebbe mai» sbottò Angelique, e in un sussurro aggiunse: «È gentile  e molto carino.»
Ella notò che quelle ultime parole non erano sfuggite all’orecchio di Lady Genevieve e sapeva la reazione che avrebbero provocato. Seppur nella possibilità di restarne fuori e lasciare che Angelique subisse una nuova serie di invettive, provò pena per la ragazzina, nonostante lei non ne avesse mai provata nei suoi confronti e si fece avanti nella stanza.
«Signora, è arrivata posta per voi» disse, raggiungendola vicino alla sedia e porgendole la pergamena.
Lady Genevieve la fulminò con lo sguardo. «Sai bene che leggo le missive solo dopo aver finito di far colazione.»
«Sì, ma si tratta di un messaggio del Re» rispose Ella. «Ho pensato che voleste averla subito.»
La donna gliela strappò di mano senza ringraziare. Ruppe il sigillo reale in lacca con la lama del coltello accanto al piatto e l’aprì eccitata. Scorse il contenuto vergato con calligrafia curata in inchiostro nero. «Che notizia straordinaria.»
«Cosa dice? Cosa dice?» trillarono in coro Sabine e Angelique.
Lady Genevieve si portò la mano sinistra alla testa e spostando indietro i capelli grigi che gli striavano il lato della vaporosa chioma nera, lesse a voce alta: «“Sua Maestà Re Ebon della Casata White e Lady Griselda, sua futura sposa, sono lieti di invitare Lady Genevieve, Lady Sabine e Lady Angelique alla celebrazione del loro matrimonio che si terrà tra sei giorni. Dopo il rito nuziale avverrà l’incoronazione a Regina del Regno Ageloss della sposa reale. Vi attendiamo al castello dove si svolgeranno i festeggiamenti.”» Arrotolò la pergamena stringendola fiera nella mano. «Sapete cosa significa tutto questo?»
«Un’uscita al mercato per nuovi acquisti?» domandò speranzosa Lady Sabine.
«Niente affatto» replicò la madre. «Al matrimonio saranno presenti i membri più influenti delle famiglie nobili del regno, come i giovani Lord della Casata Charming ancora senza una promessa sposa. Questa è un’occasione imperdibile per porre le basi del vostro futuro, molti matrimoni si combinano durante le nozze reali.»
Le tre Lady della Casata Cinder scostarono la sedia dal tavolo e si alzarono.  Angelique e Sabine uscirono dalla sala da pranzo chiacchierando tra loro, Lady Genevieve si voltò per impartire gli ordini a Ella. «Sparecchia. Poi vai nelle stanze delle mie figlie e inizia a preparare i loro bagagli per il viaggio al castello.»
«E io, mia Signora?»
«Tu cosa?»
Ella deglutì per mantenere ferma la voce. «Una volta pronti i vostri bagagli, dovrò restare a palazzo e occuparmene, o volete che vi segua alla cerimonia?»
Lady Genevieve la osservò seria. Sembrava studiarla e la ragazza sostenne il suo sguardo, anche se temeva che la matrigna potesse individuare quale fosse la sua vera intenzione.
«Mi sembra naturale» rispose la donna, facendo una pausa. «Non posso lasciarti qui con i pochi domestici rimasti, chissà quali danni combineresti. Verrai con noi, viaggerai nella carrozza con i bagagli e al castello ti occuperai di tutto ciò a cui i membri della servitù reale non potranno provvedere per noi.»
Ella sì inchinò e piegando la testa verso il pavimento, rispose: «Come desiderate.» Attese in quella scomoda posizione fin quando non udì la matrigna abbandonare la stanza. Sollevò il capo e sul suo volto si accese un sorriso soddisfatto. Corse alla finestra e aprendola, fischiò contro il vento freddo che entrava all’interno.
Attese pochi minuti e sentì un suono leggiadro risponderle: un usignolo dalle piume blu planò sul dorso della sua mano destra ed Ella chiuse la finestra. 
«Ci siamo» disse sottovoce all’uccellino. «Mia dolce Severine, finalmente è arrivato il giorno che ho tanto atteso.»
L’usignolo cantilenò nuovamente.
«No, non era come lo avevamo pianificato, ma forse è anche meglio» rispose Ella. «Questa mattina è…»
L’usignolo cinguettò interrompendola e volò posandosi sulla sua spalla.  
«Hai ragione, meglio non destare sospetti» fece Ella. Si avvicinò al tavolo ancora apparecchiato con le stoviglie della colazione e iniziò a ritirare i piatti. «Sarebbe capace di cambiare idea solo perché mi sono fermata per pochi momenti.»
La ragazza afferrò anche le tre tazze e impilandole sui piatti, si diresse in cucina. Quella era diventata la sua seconda stanza, insieme a quella che divideva con le altre domestiche e nessuno oltre alla cuoca ci metteva piede. Anche se per la donna era ancora presto per dedicarsi al pranzo, accostò la porta con il piede destro e posò piatti e tazze nella tinozza per la lavarle.
Con l’uccellino sempre sulla sua spalla, Ella si chinò e raccolse dal pavimento il secchio con l’acqua che aveva prelevato dal pozzo quella mattina. «Come ti dicevo, Severine, questa mattina è arrivato a palazzo un messo reale con l’invito a  presenziare al matrimonio tra Re Ebon e Lady Griselda. Ovviamente l’invito non era rivolto anche a me, ma quell’arpia della mia matrigna vuole che le segua al castello.»
Severine cinguettò con tono acuto.
Ella versò l’acqua sulle stoviglie e raccolse dal fondo della tinozza un pezzo di stoffa umido con cui sfregarle. «Scusa Severine, hai ragione. Mi hai sempre ripetuto di non abbassarmi al loro livello, ma certe volte un piccolo soprannome offensivo può essere liberatorio. Non lo farò di nuovo, te lo prometto.»
Severine le beccò dolcemente la guancia. 
«Grazie» rispose Ella con un sorriso. «Capisci cosa significa per me? Non pensavo di avere l’occasione di poter essere presente al castello senza dover inventare una scusa, o organizzare la mia visita di nascosto. Se riuscirò ad avere udienza dal Re potrò sottoporgli la mia situazione.» Si asciugò le mani nel grembiule ed estrasse un ciondolo sferico fissato a una catenina, ben nascosta dal corpetto allacciato fin sotto al collo.
Lo sfiorò e lo aprì delicatamente, all’interno, sui due lati richiudibili, erano fissati i ritratti di suo padre e sua madre. Una lacrima le sfuggì dagli occhi ripensando che non erano più lì a proteggerla e che il loro nome veniva usato da donne crudeli ed egoiste.
Severine volò lontano dalla sua spalla, arrivò quasi al soffitto della cucina e poi atterrò lentamente. Mentre lo faceva, una spirale di polvere luminosa la circondò e le sue fattezze mutarono. Al posto dell’uccellino dalle piume blu, comparve una donna con i capelli cobalto seminascosti da un cappuccio e con indosso una veste del colore del piumaggio, con in vita una cintura di luce color perla.
«Coraggio, bambina mia» le disse amorevolmente Severine. «Devi essere forte.»
Ella si strofinò le guance. «Lo so, ma certi giorni è più difficile di altri.»
La Madrina allargò le braccia per accoglierla. «Oggi però è un giorno migliore.»
«È vero» rispose lei, rifugiandosi nel suo abbraccio. «Grazie al tuo aiuto e a questa inaspettata opportunità, mi riapproprierò del nome della Casata Cinder.»



                                                            Continua… 

lunedì 20 gennaio 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Puntata 1

Casata White
Castello di Re Ebon

«Non ti preoccupare, mia cara» disse Re Ebon, guardando negli occhi la donna in piedi al suo fianco, stretta in un abito di seta beige che le metteva in risalto la curva del seno. «Sarà l’evento più importante degli ultimi venticinque anni.»
La donna inarcò un sopracciglio. «Non starete paragonando le nostre nozze alla fine di una guerra?»
Re Ebon rise seduto sul trono rifinito in oro, dietro il quale era affisso lo stendardo bianco con ricamato uno scudo azzurro contenente un cristallo di ghiaccio circondato da fiocchi di  neve, lo stemma della Casata White. «Mia dolce Lady Griselda, intendo dire che da allora non c’è stato nulla di tanto importante da festeggiare in tutto il Regno Ageloss. I miei alleati, amici e sudditi potranno gioire senza aver prima dovuto sperimentare il dolore di una lunga guerra contro un demone.» Baciò la mano sinistra della donna, che teneva stretta nella sua e alzò gli occhi per guardarla in volto.
Lady Griselda sorrise. «Sono dispiaciuta di dover coinvolgere nei preparativi anche le vostre figlie» rispose, scandagliò con lo sguardo la pareti di marmo e girò debolmente il volto oltre le sue spalle. «Dovrebbe essere un giorno di festa anche per loro, o almeno avrei piacere che lo fosse.»
«Lo è, non avere timore» replicò il Re. «Snow e Rosered sono felici di esserti di aiuto, vero ragazze mie?» L’uomo puntò gli occhi lungo lo spazio che separava i troni reali dal tappeto borgogna, che delimitava il perimetro della sala del trono da cui potevano rivolgersi le persone per avere udienza dal re. In piedi con le mani intrecciate in grembo, le due ragazze erano rimaste in attesa di essere interpellate, avanzarono di un paio di passi e lo superarono.
«Certamente, è un onore per noi potervi aiutare» rispose Snow, scostando una ciocca dei lunghi capelli neri dietro l’orecchio. Il vestito rosso faceva risaltare la sua pelle chiara, che aveva suggerito quel nome alla madre al momento della nascita e la faceva apparire più matura e sofisticata dei suoi diciassette anni. «Inoltre, occuparci della spedizione degli inviti e ricevere gli ospiti non è un compito stancante.»
Rosered, più giovane di un anno, annuì agitando intorno al volto i capelli castano ramati. «Abbiamo completato tutti gli inviti e i messi reali sono già partiti tra questa mattina e questo pomeriggio, in modo che la consegna avvenga al più presto in ogni territorio del regno.» Si lisciò il vestito rosa acceso come la sua carnagione e si schiarì la voce. «A questo proposito, dato che fino all’arrivo degli invitati non ci sono altri impegni urgenti, vorremmo sapere se possiamo essere utili anche per l’altro evento in programma.»
«L’altro evento?» ripeté Re Ebon.
«Credo intenda la mia incoronazione a Regina» intervenne in suo aiuto Lady Griselda. «Immagino però che non ci siano molti preparativi da organizzare.»
«No, niente di particolare. Sembra più altisonante di quello che in realtà sarà» spiegò Ebon. «Lady Griselda giurerà fedeltà a me, alla Casata White e al Regno, dopodiché potremmo coprire la sua graziosa testa con una corona gemella alla mia. E il tutto avverrà dopo le promesse nuziali.»
Rosered notò che Snow si tormentava il mignolo sinistro mentre il padre parlava, così disse: «In questo caso, se la nostra presenza non è più necessaria, chiediamo il permesso di congedarci.»
L’uomo si alzò dal trono. Raggiunse le figlie e le baciò entrambe sulla fronte, provocando un breve pizzicore sulla pelle per via della barba castana che gli circondava le labbra. «Permesso accordato. Saranno giorni impegnativi anche per voi, riposatevi finché potete.»
Le sorelle fecero un inchino, si voltarono e uscirono dalla sala del trono. Proseguirono a passo spedito, facendo ticchettare le scarpe sul pavimento lucido e giunte a metà del corridoio, Rosered afferrò il polso della sorella. «Quella donna non piace neanche a te.»
«No, io…»
«Non mentirmi» la interruppe Rosered. «Ho visto come trattavi il tuo povero mignolo, lo fai solo quando c’è qualcosa che vorresti dire, ma non hai il coraggio per aprire bocca.»
Snow sospirò. «Non ho nulla contro Lady Griselda, ma i suoi modi non mi convincono in pieno. È molto fredda e distante, non ha legato con nessuna delle dame di corte e pur essendo educata con noi, non ha mai dimostrato apertamente di essere felice di diventare parte della nostra famiglia. Mi domando solo se potrà essere una buona moglie e una Regina capace di far fronte ai bisogni del popolo.»
«Capisco cosa vuoi dire.» Rosered avanzò e aprì la terza porta laccata di bianco alla loro sinistra, entrando nel salottino che usavano per il tè pomeridiano. Si lasciò cadere su una poltroncina di velluto creme e aggiunse: «Più la guardo, più mi dà l’impressione che ogni sua parola, o azione siano calcolate. Come se stesse seguendo un piano.»
La sorella prese posto nel divanetto accanto a lei, spostando in avanti il piccolo tavolo rettangolare con il piano in vetro e le gambe in ottone. «Forse ci facciamo solo influenzare dall’affetto per nostro padre. E dal ricordo di nostra madre.»
«Vorrei che fosse così» brontolò Rosered rattristandosi. «Ogni giorno che passa, mi rimangono meno immagini di lei nella mente. Sono certa che un mattino mi sveglierò e non saprò più con certezza di che colore erano i suoi occhi, o i suoi capelli. Non mi è possibile fare paragoni.»
Snow la osservò desolata. Sua madre era morta pochi anni dopo averla data alla luce e anche lei ricordava sempre più a fatica l’aspetto della donna. Quello che non avrebbe mai ammesso con la sorella, era che non c’era nella sua memoria un episodio che riguardasse tutte e tre. Come se per i primi anni di vita fosse stata figlia unica. Scacciò quell’idea dai pensieri e accarezzò la mano sinistra dell’altra ragazza. «Non ti devi preoccupare. Ti ripeterò ogni giorno quello che c’è da sapere su nostra madre e il suo volto resterà vivido nel tuo cuore e nella tua mente.»
Rosered si spinse in avanti, le buttò le braccia al collo e tuffò il volto nei lisci e lucenti capelli neri di Snow. «Sono felice che tu sia con me.»
«Ci sarò sempre, ogni volta che avrai bisogno.» Snow le massaggiò la schiena. Si era sempre presa cura di lei dal momento in cui erano rimaste orfane di madre. Il Re era sempre molto impegnato e per quanto ci fossero una nutrice e una governante a disposizione, pronte a occuparsi di loro, lei e sua sorella erano state dipendenti l’una dall’altra per crescere serene. «Sai che potrai venire da me per qualunque problema.»
Rosered si scostò delicatamente dal suo corpo. «Parli sul serio? Posso confidarti davvero tutto?»
«Non devi avere dubbi. Tra noi non c’è mai stato questo problema.»
«In effetti ho un’idea che mi assilla e ho bisogno di dirtela, ma deve restare un segreto.» La ragazza si sistemò il vestito rosa e si riaccomodò sulla poltroncina. «Prima, quando parlavamo di Lady Griselda… penso che la questione sia più grave di una nostra innocente antipatia.»
«Spiegati meglio» disse Snow, non riuscendo a nascondere la preoccupazione.
«Sai che la sua stanza è situata prima della mia e alcune sere, passando davanti alle sue porte accostate, che lasciano aperta solo una piccola fessura, ho sentito le sue conversazioni. Non ho percepito tutte le parole, ma senza ombra di dubbio ho udito risponderle una voce maschile.»
«Potrebbe trattarsi di un servo» ipotizzò Snow.
Rosered scosse la testa. «No, il tono della sua voce era dolce, rilassato, l’ho sentita addirittura ridere.» Si sporse per diminuire la distanza tra loro e poter sussurrare. «Ho paura che tradisca nostro padre.»
L’altra ragazza si irrigidì. «La tua è un’accusa molto grave, sei proprio sicura che si tratti di tradimento? Hai detto che le porte erano quasi del tutto chiuse, sei rimasta a controllare che uscisse un uomo?»
«No, temevo di essere scoperta e così me ne sono andata prima che le loro confidenze finissero» ammise Rosered.
«Quindi non hai prove concrete.»
«Ho detto la verità» replicò concitata la sorella.
Snow cercò di calmarla. «Non lo sto mettendo in dubbio, ma senza una prova da sottoporre a nostro padre, non possiamo fare niente. Sono convinta che hai buone intenzioni e ti sta a cuore il suo bene, ma ora come ora sembrerebbe solo un attacco di gelosia verso la nostra futura matrigna.»
«Quindi, cosa proponi di fare?»
«Aspettiamo. Forse presa dalla stanchezza per l’organizzazione del matrimonio, Lady Griselda commetterà una leggerezza e ci fornirà l’occasione per scoprire se hai ragione.» Snow si alzò e prese la sorella per mano. «Per stasera non pensarci più. Torniamo nelle nostre stanze e rinfreschiamoci, la cena sarà servita tra poco.»
Anche se sperava in una reazione più agguerrita della sorella, Rosered assecondò il suo suggerimento. Uscirono insieme dalla sala del tè, proseguirono fino al termine del corridoio, arrivando alle scale in marmo e le salirono  per un  piano, dove erano ubicate le stanze personali.
Nell’istante in cui le due principesse scomparirono oltre la rampa di scale, la porta della camera accanto alla sala da tè si aprì lentamente. Lady Griselda fece capolino stringendo con tanta forza un lembo del vestito da farle sbiancare le nocche. Con il volto contratto dall’indignazione, stava rimuginando su quanto aveva appena origliato. Si era allontanata dalla sala del trono e fortunatamente aveva carpito parte del colloquio tra Snow e Rosered in tempo per rifugiarsi nella biblioteca. Lì i muri di contatto erano meno spessi e appoggiandosi alla parete si potevano udire ovattate le voci di chi si trovava al di là.
«Quelle due sono troppo curiose e non posso rischiare che si intromettano nei miei piani. Dovrò prendere dei provvedimenti» sibilò. Poi aprì le dita liberando la stoffa e le sue labbra si distesero, formando un lieve sorriso. «È arrivato il momento che quelle due scoprano la verità sul loro legame di sorelle.»

                                                         

                                                              Continua…  

martedì 14 gennaio 2014

La Guerra delle Casate capitolo 1 - Antefatto

La fanciulla si rialzò allarmata dal cumulo di resti delle sale del castello. Tese l’orecchio e nel folto della foresta all’imbrunire udì il rumore di passi. Qualcuno stava arrivando, come lei stava venendo a saccheggiare ciò che rimaneva della dimora del suo Signore.
Muovendosi agilmente, trattenne il fiato e si nascose dietro il grande albero secolare con la corteccia nodosa. I suoi lisci capelli castano scuro si confusero con il fogliame bruno che riempiva i rami, tirò le vesti logore e sporche, appiattendole sulle gambe, in modo che niente potesse rivelare la sua presenza ai visitatori che si avvicinavano. Girò di poco il volto e osservò dal suo nascondiglio: un corteo di dame, ognuna con una veste di colore diverso e tutte con una cintura brillante che le avvolgeva in vita, avanzavano con andatura pacata nella sua direzione.
A capo del gruppo camminava una donna dai capelli bianchi e fluenti, il lungo vestito dello stesso colore s’intravedeva dal mantello argento che le scivolava addosso elegantemente. «Il luogo è questo» disse voltandosi verso le altre alle sue spalle. «Qui sorgeva il castello del Demone Eterno.»
«Lo sappiamo anche noi» rispose una dama, vestita con un abito dello stesso taglio, ma di colore viola e i capelli neri con riflessi violacei acconciati in due crocchie sulla nuca. «Quello che devi spiegarci è perché siamo di nuovo qui. La guerra è finita.»
La fanciulla nascosta si morse il labbro inferiore. Non osava pensare cosa le avrebbero fatto se l’avessero sorpresa ancora tra quelle rovine. Lei, come il suo Signore, apparteneva alla schiera degli sconfitti.
«Pazienza, Estelle» rispose la dama vestita di bianco. «Ogni cosa a suo tempo.»
Estelle la guardò spazientita. «Crystella, da quando sei diventata la nuova Madrina Superiore è tutto un mistero.»
Crystella ignorò il commento e si rivolse alle altre dame. «Florence. Joelle. Radiose. Avete svolto le ricerche che vi ho chiesto?»
Le tre fecero un passo avanti. «Sì» risposero in un unico coro.
«Ho viaggiato in ogni angolo del regno e non esiste nessun fratello o sorella del Demone Eterno» rispose Florence, avvolta nella lunga veste rossa e con i capelli lunghi fino alle spalle della medesima tonalità.
«Io ho controllato accuratamente e non c’è traccia di alcun erede del demone» continuò Joelle al suo fianco, stringendosi nel vestito verde e i capelli raccolti in uno chignon, che riflettevano il colore dell’abito.
«Tanto meno esiste una donna che ne porti in grembo uno in questo momento» sentenziò Radiose, più bassa delle altre due e con i capelli azzurri che le sfioravano il collo rimandando al colore del suo vestito. 
Crystella annuì. «Molto bene. In quanto membri della Sorellanza delle Madrine il nostro compito è vigilare sugli umani e dobbiamo assicurarci che il Regno Ageloss non debba più essere minacciato dalla presenza del demone o da qualcuno a lui collegato.» Si spostò nel centro dello spiazzo delimitato dalle macerie, mattoni di pietra erano sparsi dovunque e alcune torri spezzate resistevano debolmente in piedi, sporche di cenere e fumo degli incedi della lunga e sanguinosa battaglia di cui erano state testimoni. «Formiamo un cerchio.»
Le altre Madrine si radunarono al suo fianco, si presero l’un l’altra mano nella mano e crearono con i corpi una forma circolare. Il sole tramontava, allungando le ombre delle donne sulla terra rinsecchita  e il cielo dai colori rosso violacei faceva da sfondo al loro rituale.
«A cosa dobbiamo prepararci?» domandò una Madrina dalla veste e capelli ricci color arancione.
«A un rito di purificazione, Frea» rispose Crystella.
«Basteremo noi?» chiese una consorella con l’abito grigio scuro e capelli raccolti in una treccia di una sfumatura più tenue. «Siamo solo in otto.»
 «Cirea ha ragione» aggiunse la dama che le stringeva la mano destra con l’abito blu fornito di cappuccio che nascondeva i capelli scuri come la notte. «Avremmo dovuto condurre qui anche le altre.»
«Sono solo novizie, Severine. Non posseggono ancora i nostri poteri» replicò Crystella. «Averle qui le metterebbe solo in pericolo di consumare le loro energie in maniera irreversibile.»
Estelle la fissò seria. «Se è tanto pericoloso, perché vuoi che lo mettiamo in atto? Ormai il Demone Eterno è stato sconfitto e non c’è più nessuno della sua stirpe in circolazione.»
«La terra è pregna del suo malefico influsso. Anche se le dimore costruite per lui dagli uomini e i suoi altari e templi sono andati distrutti, la natura deve essere rigenerata» disse Crystella autoritaria. «Questo dovere possiamo compierlo solo noi.»
Una dopo l’altra le Madrine abbassarono la testa e lo sguardo in segno di riverenza. La Madrina Superiore chiuse gli occhi e senza proferire parola, collegò la sua essenza e il potere magico di cui disponeva a quello delle sue sorelle. Ognuna di loro si illuminò di una debole aura luminescente che rifletteva la tinta che la contraddistingueva.
Scrutando la loro posa e udendo solo il rumore del fruscio delle foglie mosse dal vento, la fanciulla si sporse un poco di più, in modo che il suo profilo sbucasse dal limitare del tronco. Osservandole, si coprì la bocca per celare il respiro.
Il vento sferzò con foga maggiore il suo volto e i rami vennero scossi con violenza, il cielo bruno si riempì di nuvole scure che si radunarono sopra il cerchio formato dalle donne, vorticando sulle loro teste. Le auree di diverso colore confluirono in quella bianca della Madrina Superiore e la colonna luminosa salì dal suo corpo fino a venire assorbita dal vortice di nubi.
Un istante di silenzio fu subito cancellato da un rombo di tuono, fulmini e saette squarciarono il cielo e si riversarono sul terreno.
La fanciulla cadde seduta per lo spavento e si premette con più forza la mano sulle labbra per costringersi a non liberare un urlo di terrore. Guardinga, fece scivolare il volto contro il legno, in modo da poter vedere cos’altro sarebbe successo oltre il suo riparo.
Lievi spirali di fumo biancastro si sollevavano dalla terra, dissipandosi rivelarono un uniforme manto marrone chiaro da cui spuntarono primi steli d’erba, che lo inverdirono in un battito di ciglia.
Crystella riaprì gli occhi, le Madrine sollevarono il capo, sciolsero il cerchio e si guardarono intorno.
«Possiamo ritenerci soddisfatte» disse Florence.
Joelle si chinò e sfiorò con il palmo l’erba. «La natura penserà al resto.»
«Se abbiamo finito, tornerei volentieri alla Magione» replicò Estelle, incrociando le braccia sui seni.
Crystella guardò con attenzione il frutto del loro rituale. Ci sarebbe voluto qualche anno, ma anche l’ultima traccia dell’esistenza del Demone Eterno nel regno sarebbe scomparsa. Poi un luccichio alla sua destra la incuriosì. Si mosse verso un grande albero dal fogliame scuro, sul suo legno era comparso qualcosa.
La fanciulla arretrò di scatto. Temette di essere stata scoperta, quella dama bianca poteva verla vista. Seduta ancora per terra, valutò la possibilità di scappare. Quelle donne però erano dotate di poteri magici e l’avrebbero raggiunta e bloccata senza alcuna fatica.
Crystella si fermò a una spanna dal tronco. «A quanto sembra il nostro operato ha portato alla luce dell’altro.» Con i polpastrelli dell’indice e del medio sinistro sfiorò la corteccia su cui brillavano lettere di resina ambrata. Il pezzo di legno si staccò dall’albero, prendendo una forma rettangolare e le scivolò tra le mani.
«Cosa hai trovato?» domandò Frea.
La Madrina Superiore lesse ad alta voce: «Il Demone Eterno è stato scacciato, ma la sua presenza non è ancora del tutto lontana dal Regno Ageloss. Anche se senza eredi e con i fedeli sterminati, Egli potrà contare su qualcuno con un forte sentimento per lui e negli anni a venire agirà per suo conto, orchestrando il suo ritorno. Solo una fanciulla di nobili origini potrà contrastarlo, lo getterà nell’abisso, impedendogli di nuocere ancora.»
«Sembra una profezia» disse Radiose.
«È una profezia» confermò Crystella.
«Significa che tutto quello che abbiamo fatto finora è stato inutile» fece Cirea sconsolata.
«No. Semplicemente abbiamo una nuova missione da compiere» sentenziò Severine.
«Esattamente e si tratterà di un piano da attuare con attenzione e nei minimi dettagli» concordò Crystella. «Non consociamo il nome della ragazza e dovremo avere cura di ogni giovane nata da questo momento in ogni Casata dai nobili natali.» La donna strinse al petto la corteccia con la profezia, s’incamminò verso le consorelle, le superò e proseguì per la strada del ritorno.
Le altre Madrine la seguirono ordinatamente in fila, scomparendo nella notte silenziosa.
Non avvertendo più alcun rumore alle sue spalle, la fanciulla si rimise in piedi e si scostò lentamente dal tronco dell’albero. Piccole lacrime solcavano le sue guance. Diverse emozioni avevano invaso il suo cuore nell’arco di pochi attimi. Dolore, paura e infine speranza. La profezia che aveva udito era una prova che non tutto era perduto, ci sarebbe stata ancora una possibilità di ricongiungersi al suo Signore. Era certa che tra quelle parole ci fosse un riferimento a lei.
Infilò la mano sotto la giacca strappata ed estrasse il frammento circolare di vetro nero. Lo aveva raccolto tra le macerie pochi secondi prima di percepire in lontananza l’arrivo del corteo di Madrine. «Ci rivedremo mio Signore. Ti riporterò da me.» Guidò le dita della mano destra sulla sua circonferenza e una scheggia la ferì. Gocce di sangue rosso rubino scivolarono sul vetro e vennero assorbite.
Incredula, la fanciulla lo osservò attentamente e illuminata dal bagliore della luna, scorse un paio di occhi di giada spalancarsi al di là dello specchio e fissarla.


                                                    Continua….

lunedì 6 gennaio 2014

Incipit 2

Chi mi ha seguito fino a ora sa cosa aspettarsi arrivando sul mio blog, ma dopo un periodo di pausa e trattandosi di un nuovo inizio, che presenta qualche particolarità rispetto al passato, penso sia utile anche per tutti una veloce spiegazione.
Si tratta sempre di una storia a puntate, ma a differenza della precedente serie che presentava una trama completamente di mia invenzione, il nuovo progetto è frutto della mia immaginazione con la contaminazione di più ispirazioni e quindi ritengo doverosa una premessa. Pronti? Bene, iniziamo.
Tutti conoscete le fiabe classiche, quelle raccolte dal folklore popolare principalmente dai fratelli Jakob e Wilhelm Grimm e Charles Perrault (per citare i più famosi) e se le avete lette saprete che le loro versioni sono piuttosto “crude”. Solo per menzionarne alcune: una fanciulla che viene più volte avvelenata, una matrigna costretta a danzare su calzari roventi, una giovinetta dalla bellezza virginale divorata da una belva, ragazze che si taglino parte dei piedi pur di avere un marito, una giovane che viene deflorata durante un sonno malefico... non proprio i racconti della buona notte. Ciononostante, la base di partenza della storia che sto per pubblicare qui sul blog sono proprio queste fiabe e i suoi protagonisti come personaggi principali, un po’ modificati certo, ma pur sempre loro. E per una questione di puro gusto personale ho preferito usare per i loro nomi una versione straniera o crearli da me.
Parlando di fiabe e di ispirazione da esse, non posso non menzionare i lungometraggi animati di Walt Disney con cui sono cresciuto, le sue versioni erano più addolcite rispetto alle originali, ma certi particolari erano troppo ingegnosi e ormai parte della cultura popolare perché non ricadessero anche nella mia rivisitazione. Non appena leggerete capirete a cosa mi riferisco.
Come ultimo spunto cito due serie televisive abbastanza recenti che hanno trovato un tale punto di unione nella mia mente da arrivare a fondersi e dare vita a quello che poi, con le giuste modifiche, è diventato il prodotto finale. Mi riferisco a Once Upon a Time ( tradotto in Italia in C’era Una Volta) dei creatori Edward Kitsis e Adam Horowitz, che con la loro visione unificata e interconnessa del mondo della narrativa per l’infanzia mi hanno mostrato in modo tangibile ciò che già immaginavo da bambino, e Game of Thrones ( tradotto in Italia in Il Trono di Spade) basato sui romanzi di George R.R. Martin e adattato per il piccolo schermo da David Brnioff e D.B. Weiss che con i suoi intrighi tra nobili e non e i mezzi crudi per giungere ai propri scopi, mi ha ricordato quelle versioni originali delle fiabe che ho citato all’inizio.

Ora siete pronti per cominciare questa nuova avventura, come sempre spero sia di vostro gradimento e vi auguro buona lettura.