mercoledì 26 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 8

«Vado in bagno» disse Christian. Scostò la sedia e si incamminò verso la toilette del Sergent Pine.
Anche se lui era scettico, consumare i pasti nel pub era diventata un’abitudine. Loro padre si trovava bene ed Emma aveva liquidato velocemente i suoi dubbi, nonostante anche lei non provasse simpatia per Saverio. Anzi lo fulminava con lo sguardo ogni volta che provava a condividere con loro padre gli eventi inspiegabili che stavano vivendo. Così anche quella sera non ebbe altra scelta che seguirli nel locale per cena.
Christian si mosse lentamente, osservando con cura gli spostamenti dei presenti. Pamela stava entrando in cucina, dove l’aspettava il padre, mentre Ben Rivas era seduto su un alto sgabello al bancone, con lo stesso boccale di birra da mezz’ora, bevendone di tanto in tanto un sorso.
Per una frazione di secondo lo intravide sollevare il capo per guardarlo dirigersi verso la sua meta e poi abbassare di nuovo gli occhi sul bicchiere. Una volta dentro lo stanzino del bagno, il ragazzo chiuse la serratura rapidamente. 

Al tavolo, Paolo allontanò la tazza di caffè vuota da sotto il naso. «È stata una buona cena. Appena arriva Christian, torniamo a casa.»
«Cosa? Sono solo le nove e mezza!» brontolò Emma.
Il padre la guardò sorpreso. «E dov’è il problema?»
«Siamo in vacanza. Mi fai andare a letto prima di quando vado a scuola.»
«Domani devo alzarmi presto, la responsabile dell’agenzia verrà prima delle dieci e deve trovare tutto in ordine. Scatoloni a parte.»
«Ma non voglio fare molto tardi» replicò Emma. «Mi basta un’ora.»
«Per andare dove e con chi?» chiese Paolo serio.
«Da nessuna parte. Prima, mentre eri al telefono, Pamela mi ha chiesto se avevo voglia di farle compagnia finché non chiudeva. Staremo qui a fare due chiacchiere. Si annoia anche lei senza intorno nessuno sotto i quaranta anni.»
«E quel suo fidanzato… Marti?»
«È occupato» rispose la ragazza. «Dai papà! Non mi sembra di chiedere chissà cosa. Solo un’ora a parlare con una vecchia amica.»
Paolo ci rimuginò su, poi si arrese. «Va bene, ma a una condizione. Christian deve rimanere con te. Non voglio che te ne vada in giro da sola con il buio.»
«Ok. Affare fatto.»
Christian tornò pochi secondi dopo al tavolo e riprese posto. «Bagni impeccabili» commentò.
Il padre si alzò e disse: «Siamo d’accordo: ci vediamo tra un’ora. Buona notte.»
«Aspetta dove…» Christian si interruppe bruscamente. Le unghie di sua sorella erano infilate nei jeans, all’altezza del suo ginocchio.
«Ciao papà. Buona notte» lo salutò Emma.
Paolo uscì guardando poco convinto i figli. Ben Rivas trangugiò ciò che restava della birra, si chiuse in vita l’impermeabile beige e un minuto dopo abbandonò a sua volta il locale.
«Sei impazzita?» fece Christian arrabbiato.
«Scusa, ma se papà pensava che non volevi restare, non avrebbe dato il permesso neanche a me» spiegò Emma. «Era l’unico modo per poter stare fuori casa un po’ più a lungo.»
«Abbiamo dei programmi?» chiese lui inarcando un sopraciglio
«Restare qui a chiacchierare con Pamela. Ce l’ha proposto poco fa.»
«Me lo ricordo e la risposta era stata “forse”.» Christian mise il broncio. «Devi smetterla di fare proposte o accettarne a nome di tutti e due.»
«Vuoi metterti a dormire a quest’ora?»
«No, ma non ho voglia di fare salotto con te e Pamela. Vi mettereste a parlare di ragazzi ed è inutile che cerchi di convincermi del contrario» ribatté il ragazzo.
«Ti prego, fammi questo favore. Se torni a casa ora, dovrò farlo anche io.» Emma lo guardò dritto negli occhi, sapeva che carta giocare per convincerlo. «Se tu appoggi me, io farò lo stesso con te.»
Christian cambiò espressione. «Ci sto. Io ti lasciò ai tuoi pettegolezzi, se tu domani parli con me a papà di Ezra, Clarissa e le culle.»
«È un colpo basso.»
«Prendere o lasciare.»
Emma constatò che aveva imparato a tenerle testa. «Ok. Domani potrai fare tutte le domande che vuoi e io ti asseconderò.»  
Christian sorrise soddisfatto. Si alzò e rimise la sedia al suo posto.
«Che stai facendo?» domandò la sorella confusa.
«Rispetto il nostro patto. Ho detto che ti avrei lasciata con Pamela, non che sarei rimasto anche io.» Christian diede uno sguardo all’orologio al polso sinistro. «Faccio un giro qui intorno e alle dieci e mezza in punto ti vengo a prendere.»
Emma lo osservò mentre oltrepassava la porta del pub e spariva all’esterno. Sorrise. Lo aveva sottovalutato, suo fratello era diventato più furbo di quanto immaginasse.
Christian però ignorava che avrebbe presto rimpianto questa sua vittoria.

                                            

                                                                Continua... 

mercoledì 19 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 7

Nel pomeriggio, dato che era rimasto poco da imballare, Emma aveva esonerato il padre dall’aiutarli a farlo. Sperava in quel modo di rimediare al malumore che lo aveva colto di nuovo all’improvviso.
Paolo aveva accettato e sistematosi comodamente sul letto matrimoniale, si portò avanti con il suo lavoro usando il computer portatile che aveva con sé e inviando alcune e-mail tramite la chiavetta per la connessione in internet.
Nel salone, fratello e sorella erano ai lati opposti del tavolo, intenti ad avvolgere alcune stoviglie in vecchi giornali, ritrovati in casa.
Emma era incuriosita e sorpresa che il gemello non l’avesse aggredita per averlo coinvolto in quel lavoro, senza prima consultarlo. «Sei pensieroso e stranamente docile.»
«Che cosa?» domandò Christian, riemergendo dai suoi pensieri.
«Niente battute, niente “mi devi un grosso favore” o cose del genere» rispose lei. «Ti sta bene che abbia scelto io per tutti e due?»
«No, naturalmente, ma ero concentrato su altro.» Christian posò il piatto che aveva in mano. «Hai visto la reazione del dottore dopo che ha scoperto chi era nostra madre? Sembrava sospetto.»
«Aveva solo fretta e fame.»
«È andato a parlare con Saverio. Si sono messi a confabulare tra loro e l’ho sentito fare domande su di noi. Poi, quando per caso abbiamo incrociato lo sguardo tutti tre, mi si sono rizzati i peli delle braccia. Sanno qualcosa che ci riguarda e non vogliono che lo veniamo a sapere.»
Emma sospirò. «Stai diventando paranoico. Quei due vivono qui, si conoscono da una vita e i loro figli si frequentano. Avevano sicuramente altri argomenti di cui parlare.»
Christian mugugnò qualcosa, ma la ragazza lo ignorò e si spostò verso un cassetto dietro alla parte sinistra del tavolo, lo aprì e lo trovò semivuoto. Le ritornò poi in mente un trucco che aveva scovato cinque anni prima. Premé con il palmo della mano il centro del cassetto e fece sollevare una lista di legno, rivelando un doppio fondo segreto. All’interno erano ancora nascosti i tesori che aveva riposto da bambina: un sacchetto di biglie, un paio di conchiglie dalle sfumature rosa e una fotografia. La prese in mano e la scrutò con attenzione. «Non è possibile» mormorò.
Christian le si avvicinò. «Che c’è?»
«Guarda» disse Emma, passandogli la fotografia. «Ce l’hanno scattata l’estate di cinque anni fa. Li riconosci?»
Il ragazzo strabuzzò gli occhi. «Siamo noi con Ezra e Clarissa.» I bambini accanto a loro indossavano dei vestiti familiari. Pantaloni bianchi e una maglietta blu con un’ancora lui, un vestito giallo a fiori rosa e blu lei. «Sono identici ai due bambini che abbiamo rivisto ieri. Forse sono proprio loro.»
«È impossibile. All’epoca di quando è stata scattata, avevano dieci anni, quindi ora dovrebbero averne quindici come noi.»
«Clarissa era vestita così quando l’hai vista, vero?»
Emma si morse un labbro. «Era l’abito che avevo nell’incubo. E mi è parso lo stesso della bambina accanto al mio letto, ma era buio… e non so se era un sogno…»
«No, lei era lì. Proprio come Ezra era davanti al cancello» replicò Christian.
«Non è logico. Ci deve essere un’altra spiegazione.»
«C’è una spiegazione» ribadì il fratello. «Ma è soprannaturale.»
Emma scosse la testa. «È assurdo. Non puoi pensarlo sul serio.»
«Solo perché è qualcosa difficile da dimostrare o raro, non significa che sia impossibile.»
«È irrazionale.»
«D’accordo, allora chiediamolo a papà» sbottò Christian. «Noi eravamo piccoli in quegli anni, ma lui era adulto. Se c’è qualcosa che non ricordiamo, ce lo chiarirà.»
«No.» Emma gli strappò la fotografia di mano e la buttò nello scatolone insieme a piatti e bicchieri incartati. «Siamo stanchi. Nell’ultimo mese ne abbiamo passate tante. La malattia della mamma, la sua morte, il funerale, il ritorno in questa casa… troppo in poco tempo. Siamo solo sopraffatti e confusi dalle emozioni e rivangare il passato non fa bene. È doloroso per noi e anche per lui.»
«Vuoi rimanere con questo dubbio?»
«Domani verranno a vedere la casa e la metteranno in vendita, noi ce ne andremo e  dimenticheremo questa storia.» La ragazza riprese a impacchettare stoviglie.
Anche se non condivideva la sua opinione, Christian fece lo stesso.
Nel silenzio della casa si udì un cigolare lontano.
Fratello e sorella alzarono in contemporanea la testa e si fissarono confusi.
Il cigolio proseguì.
«Ma cosa…?» iniziò Emma.
«Shh!» la zittì Christian.
Il ragazzo si alzò in piedi e seguì il rumore debole, che lo condusse in cucina. Aprì lentamente la porta della cantina e superando ogni timore scese le scale.
Il cigolare era più forte e continuato.
Christian accese la luce e il respiro gli si bloccò in gola.
Sentì sua sorella arrivargli alle spalle. «Che cosa stai…» Anche lei rimase senza parole.
Le due culle dondolavano a ritmo frenetico, una al fianco dell’altra. Di colpo si fermarono, come se la mano invisibile che le agitava si fosse ritratta.
Christian si voltò all’indietro verso al sorella. «Sei ancora convinta che si tratti di stanchezza?»
Lei non rispose, ma lo tirò per un braccio e risalì di corsa per uscire dalla cantina.
Seguendola, Christian si convinse definitivamente che stava accadendo qualcosa di strano.   


                                                             Continua...

mercoledì 12 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 6

«Non capisco perché non posso chiederglielo» sbottò Christian.
Lui e la sorella erano da poco usciti di casa, chiudendola con il secondo mazzo di chiavi che avevano trovato e che condividevano. Avevano deciso di raggiungere il padre all’agenzia immobiliare e in breve iniziarono a discutere.
«Cosa vuoi che ne sappia papà di quelle culle e del resto?» ribatté Emma.
«Se non lo chiediamo, non lo sapremo» fece il ragazzo.
Emma si domandò perché il fratello fosse tanto ottuso. Loro padre stava soffrendo per la morte della mamma, anche se cercava di nasconderlo e di sicuro non aveva voglia di ricordare qualcosa di tanto insignificante, anche se la madre gliene aveva parlato. In fin dei conti erano andati in quella maledetta casa una sola estate. Quella estate... «Ora mi ricordo!» esclamò.
«Cosa?» domandò Christian.
«Perché mi sono familiari i nomi dei bambini. Li abbiamo conosciuti cinque anni fa» disse Emma. «Qualche volta sbucavano da non so dove e giocavano con noi.»
Christian si sforzò di ricordare. «Hai ragione. Si chiamavano Ezra e Clarissa anche loro ed erano gemelli come noi.»
«Visto? È tutto chiaro. Sicuramente erano figli di amici della mamma e per gentilezza ha tenuto lei da parte le loro cose.»
Il fratello sbuffò. «Sarà come dici tu, ma non sono convinto.»
Durante la conversazione, i due ragazzi non si accorsero di trovarsi quasi davanti all’agenzia. Lo capirono, vedendo il padre camminare nella loro direzione.
«Ciao, come è andata la perlustrazione in cantina?» domandò Paolo.
«Niente di interessante» rispose prontamente Emma, baciandolo sulla guancia. «Roba inutile che possiamo farci portare con calma dalla ditta dei traslochi.»
«Perfetto. La responsabile dell’agenzia verrà a visitare la casa domani.» L’uomo esaminò l’orologio al polso. «È ora di pranzo. Dato che è qui vicino, direi che ci conviene tornare al Sergent Pine. Ieri abbiamo mangiato bene.»
I gemelli avrebbero voluto replicare che se non c’era niente da ridire sul cibo, lo stesso non valeva per il proprietario.

Diversamente dalla sera prima, fu Pamela ad accogliere Paolo e i figli all’ingresso nel pub.
«Benvenuti» disse la giovane sorridente. «Pranzate?»
Paolo annuì.
«Vi va bene il tavolo di ieri?» domandò Pamela.
«Certo» rispose l’uomo.
Prendendo posto, sia Emma che Christian cercarono con lo sguardo Saverio. Lo individuarono dietro al bancone, che li scrutava a sua volta. Non riuscirono a decifrare l’espressione del suo viso, ma gli occhi erano diffidenti e indagatori.
Pamela posò i menù davanti a loro, si allontanò ed entrambi i ragazzi nascosero il volto dietro al foglio piegabile plastificato.
Qualche minuto dopo, la cameriera si ripresentò per prendere le ordinazioni. Il tutto si svolse più velocemente della volta precedente. Emma e Christian acconsentirono a prendere una bottiglia di acqua da bere, come scelto dal padre e si accodarono anche nella sua decisione di mangiare un panino con burro, salmone e rucola.
Quando Pamela entrò in cucina, Paolo osservò i figli. «Siete molto silenziosi» notò. «C’è qualcosa che non va?»
 Christian scosse la testa.
«Siamo solo un po’ stanchi. Da quando siamo qui, ci hai messo ai lavori forzati» rispose Emma, levandoli dall’impaccio.
Paolo abbozzò un sorriso. «Non mi perdonerai tanto facilmente di averti rovinato le vacanze, vero?»
«Chi lo sa… magari troveremo un modo» replicò la ragazza.
La porta del Sergent Pine si aprì nuovamente ed entrò un uomo con indosso un impermeabile beige aperto, che lasciava intravedere un maglione nero a collo alto e dei pantaloni grigi, i capelli scuri impomatati e pettinati all’indietro, con al fianco un ragazzo con un giubbotto nero di pelle e i capelli ossigenati di biondo.
Pamela corse verso il ragazzo e gli buttò le braccia al collo. «Finalmente! Quanto ancora dovevo aspettare perché venissi a salutarmi?» Lo baciò con trasporto sulla bocca, mettendolo in imbarazzo. 
«È colpa mia» disse l’uomo. «L’ho monopolizzato, ma sai come siamo noi padri.»
«Mai possessivo quanto il mio» disse Pamela sottovoce. «Venite, voglio presentarvi delle persone.»
La ragazza li guidò al tavolo di Paolo e i suoi figli.
«Signor…» Pamela si rese conto di non aver ancora domandato il cognome all’uomo.
«La Vigna» rispose Paolo.
«Signor La Vigna» riprese Pamela, «le presento il dottor Ben Rivas e suo figlio Marti, che è anche il mio fidanzato.»
Ben porse la mano destra a Paolo. «Piacere.»
«Salve» rispose l’altro.
«E loro sono i suoi figli gemelli, Emma e Christian» continuò Pamela. Tirò il braccio a Marti. «Siamo stati sempre insieme per un’intera estate cinque anni fa, te li ricordi?»
Marti li guardò dubbioso. «Non sono bravo ad associare nomi e volti… però mi ricordo di una coppia di gemelli. È bello rivedervi.»
«Anche per noi» rispose Emma.
«Quindi lei è l’uomo della foto» disse Christian, indicando la cornice affissa alle spalle del dottor Rivas. «Conosceva nostra madre.»
Ben si girò di scatto. Osservò la fotografia in cui era raffigurato accanto alla donna e con il proprietario del pub e poi si voltò verso i due ragazzi. «Voi siete i figli di Teresa McKenzie?»
«Teresa La Vigna» puntualizzò Paolo. «Mia moglie è morta un mese fa per un tumore. Siamo qui per sbrigare gli ultimi affari che la riguardano.»
«Condoglianze.» Ben prese il figlio per la spalla. «Andiamo, la mia pausa non dura molto. Dopo devo tornare subito in ospedale.» Lanciò un’occhiata fugace ai tre al tavolo e disse: «Buon appetito.»    
I due scelsero un tavolo parecchio distante dagli altri unici clienti del locale e Pamela si fermò a trascrivere le loro ordinazioni.
«Mamma ti ha mai parlato di lui?» domandò Christian d’impulso.
Emma gli lanciò un’occhiataccia.
«Non ricordo» rispose evasivo Paolo. Sembrava a disagio, tamburellando l’indice e il medio sulla superficie in legno.
Poco dopo Pamela portò loro i tre piatti con i panini e mentre si apprestava a mordere il suo, Christian alzò gli occhi verso il tavolo del dottore e il figlio.
L’uomo si era alzato ed era appoggiato al bancone. Stava parlando con Saverio e gesticolava piuttosto agitato.
«Sapevi che erano qui? Da quanto sono arrivati?» domandò il dottor Rivas.
«Abbassa la voce» rispose Saverio pacatamente e spostò solo per un secondo gli occhi dal suo interlocutore. In quell’istante incrociò lo sguardo di Christian.
Imitandolo, Ben si girò, diventando il terzo elemento di un triangolo di occhiate.
Christian rimase ipnotizzato per pochi secondi, poi una sensazione spiacevole lo riscosse e abbassò di corsa la testa, mentre un brivido gli corse lungo la schiena.
Da come entrambi lo avevano fissato e da quello che aveva sentito, era ormai certo che i due gli stessero nascondendo qualcosa.

                                                                     
                                                             Continua...

mercoledì 5 novembre 2014

Il Richiamo dei Gemelli - Puntata 5

Dopo la notte agitata, il risveglio di Emma fu altrettanto brusco.
Christian la scuoteva sgarbatamente. «Emma! Ti vuoi svegliare? È tardi» ripeteva a voce alta.
Emma lo scansò, aprendo finalmente gli occhi. «Perché fai tutto questo casino? Che ore sono?»
«Le nove passate.»
«Perché mi hai svegliato così presto?» domandò mettendosi a sedere in mezzo al letto.
«Papà ci ha portato la colazione ed è uscito lasciandoci un compito.» Christian abbandonò la camera, tornando in salone. Sul tavolo aveva sistemato due tovagliette di cotone a quadretti rossi e blu, sfrangiate sui lati e aveva disposto su ognuna un bicchiere di plastica coperto e un piatto con una brioche.
Emma si trascinò svogliatamente nella stanza e si lasciò cadere sulla prima sedia. Annusò il profumo che fuoriusciva dal bicchiere e sulle sue labbra si disegnò un sorriso. «Caffè.» Lo scoperchiò, ne bevve un sorso e aggiunse: «Dove ha trovato questa roba?»
«Al bar qui dietro l’angolo. Sta aperto solo mezza giornata, per questo ieri quando siamo arrivati non ci abbiamo fatto caso» spiegò Christian.
«E adesso dov’è papà?»
«Dalla responsabile dell’agenzia immobiliare. Vuole un appuntamento al più presto per mostrarle la casa e metterla in vendita.» Il ragazzo diede un morso alla sua brioche e masticando, osservò la sorella che stringeva tra le mani il bicchiere fumante con sguardo vacuo. «Che hai? Passato una brutta notte?»
«Ho dormito poco e male per colpa di un incubo.» Emma strappò un pezzo della brioche e se lo mise in bocca.
«Cosa hai sognato?»
«Era tutto strano… ero bambina e entravo in mare. Stavo cantando la canzoncina che abbiamo sentito alla radio, ma c’era una strofa in più e all’improvviso qualcosa mi trascinava sott’acqua.»
Christian tolse la copertura al suo caffè e ci soffio sopra. «Non mi sembra così spaventoso.»
«Non ho finito» rispose lei, posando la brioche sul piatto. «Mi sono svegliata all’improvviso con la sensazione di annegare e appena ho aperto gli occhi, vicino al letto c’era una bambina, indossava un vestito giallo con i fiorellini rosa e blu, come il mio nel sogno e mi fissava.»
«Ne sei sicura?»
«Sì. Cioè, non proprio. Mi sono strofinata gli occhi ed era sparita.»
«Magari stavi ancora sognando» rispose Christian, scrollando le spalle. Poi un pensiero gli attraversò la mente. «Oppure…»  
«Cosa?»
«Ieri mentre riempivo gli scatoloni, qualcuno ha tirato dei sassi al vetro. Sono uscito in veranda e ho visto un bambino. Tu mi hai chiamato e quando ho rimesso la testa fuori era scomparso.»
«Non è la stessa cosa.» Emma terminò di bere il suo caffè. «Quello che hai visto tu può essere corso via mentre non guardavi, la bambina che ho visto io era dentro casa. In camera.»
«Sai che c’è una spiegazione. Può significare che sono…»
«Non dirlo» lo interruppe la sorella. «Non pronunciare la parola che inizia per “f”. Questa vacanza è già un disastro, ci mancano solo le tue storie dell’orrore.»
«A ogni modo la vacanza sta per peggiorare» fece lui, incrociando le braccia. «Ti ho detto del compito che ci ha lasciato papà. Vuole che esaminiamo la cantina.»
«Questa vecchia baracca ha anche una cantina? E cosa vuole che ci facciamo con quello che c’è dentro? Non bastano quelli da portare via?» Emma sparò a raffica le domande, indicando le scatole impilate contro il muro, accanto alla porta d’ingresso.
«Dice che se è troppa roba, manderemo poi un camion dei traslochi a prelevarla.»
Emma scostò rumorosamente la sedia dal tavolo e si alzò. «Uffa! Vado a prepararmi» brontolò.
Christian, che era già vestito, rimase seduto. Terminato il caffè, mentre aspettava che sua sorella fosse pronta, ebbe tutto il tempo di sbocconcellare la metà di brioche che lei aveva avanzato nel piatto. 

Venti minuti dopo erano davanti alla porta con la lacca bianca staccata in più punti, situata vicino al fornello a gas in cucina.
Christian la spalancò ed entrambi sbirciarono all’interno, ma il buio pesto impediva di riconoscere una qualsiasi forma. «Prima le signore» disse, allargando il braccio destro per farle spazio.
Emma arricciò il naso. «Il solito fifone» commentò, scendendo per gli scalini di legno che scricchiolarono a ogni suo passo.
La poca luce che veniva dal piano superiore si esaurì e arrivata al termine della scala, tastando con la mano destra il muro, Emma individuò il pulsante della luce elettrica e lo spinse.
La luce si riversò nell’ambiente e Christian, che era dietro alla sorella, la spinse perché proseguisse.
Quello che attirò subito i loro sguardi fu una coppia di culle abbandonate nel centro dello stanzone. Muovendosi con attenzione in mezzo a vari oggetti sparpagliati un po’ ovunque, i gemelli si avvicinarono per vederle meglio.
«Che belle. Sembrano molto vecchie» disse Emma. Entrambe erano in legno, con una testata e lo spazio vuoto dove inserire il materassino senza alcun segno, mostrando che erano ancora in buono stato.
«E non sono nostre» replicò Christian. Sfiorò con le dita le lettere intagliate sulle testate. «Sono di Ezra e Clarissa. Ti suonano familiari?»
«A dire il vero sì» ammise la sorella. «Ma non ricordo dove li ho già sentiti.»
«Chi erano questi bambini? E perché nella cantina della mamma c’è la loro roba?»
«Non è detto che appartenga tutto a loro due.»
Christian la guardò con aria di sfida. «Vuoi scommettere?» Si accovacciò sulle ginocchia e frugò tra i quaderni posati sul pavimento.
Emma spinse lievemente la culla a cui era appoggiata e il piede a mezzaluna cigolò, facendola dondolare. «Ricordi se la mamma ci cantava mai una filastrocca quando andavamo a dormire? Tipo quella che abbiamo sentito alla radio venendo qui.» 
«Uhm... no» rispose distrattamente il fratello, spostando il suo interesse su una pigna di pupazzi raffiguranti animali.
«Eppure nel sogno la sapevo a memoria» commentò Emma.
Christian afferrò un paio di quaderni e si rimise in piedi. «Guarda qua» disse aprendoli sotto il naso della sorella. «Sono tutti di Ezra o Clarissa e arrivano fino alla quarta elementare.»
«Quindi?»
«Non lo so. È un’altra cosa strana.» Christian chiuse i quaderni. «Ho controllato i giocattoli e non ne ho riconosciuto nessuno. E sono sicuro che anche i vestiti nelle scatole non sono nostri. Che senso ha conservare roba appartenuta a degli sconosciuti?»
«Forse non erano sconosciuti» ipotizzò Emma. «Magari erano figli di amici della mamma e i nostri nonni li consideravano come dei nipoti. Per questo hanno tenuto le loro cose.»
«E i loro genitori glielo hanno permesso? Non hanno voluto niente dell’infanzia dei figli?»
«Che vuoi che ti dica? Probabilmente non avevano lo spazio dove metterli.»
Christian posò i quaderni sugli altri e si rigirò un paio di volte per guardare di nuovo il resto delle cose ammassate qua e là. «La mamma non ci hai mai raccontato nulla di quando era giovane. E non ricordo di aver mai visto fotografie dei nonni.»
«Sono morti prima che nascessimo e per la mamma era troppo doloroso avere le foto intorno» rispose la sorella. «Dai, andiamocene. Tanto sono tutte cianfrusaglie che possono aspettare.» Spense la luce e si avviò agli scalini.
Seguendola sulle scale che li riportarono in cucina, Christian rimuginò sulla ragione per cui loro madre poteva aver conservato i ricordi di estranei. E si convinse che Ezra e Clarissa avevano un qualche legame con la loro famiglia.
Appena chiusero la porta, le culle si mossero brevemente, ondeggiando con un cigolio di fondo.

                                                    Continua...