lunedì 19 giugno 2017

Risveglio della Strega - Una storia de LA CONGREGA: Puntata 5


C’erano giorni in cui Amanda odiava vivere in una piccola città come Dark Lake e atri in cui lo adorava. Quel pomeriggio, per fortuna, apparteneva alla seconda categoria.
Strinse il sacchetto di plastica al petto, infilò la chiave nella serratura e spalancò la porta di casa. – Sono tornata! – Fece mezzo giro su se stessa per chiuderla e i riccioli rossi le ricaddero sulla spalla sinistra. Si tolse la giacca e l’appoggiò a un braccio dell’appendiabiti in legno.
Avanzò nel soggiorno e si sedette sul divano. Estrasse dal sacchetto la confezione rettangolare avvolta nella plastica e sorrise compiaciuta. Finalmente la terza stagione in DVD di Una Mamma per Amica era stata recapitata al negozio. La commessa l’aveva prelevata dallo scatolone davanti a lei e le aveva detto che in realtà avrebbe dovuto aspettare fino a domani per poterlo acquistare, ma vista la sua impazienza, avrebbe fatto uno strappo alla regola.
Il sorriso di Amanda si allargò, ripensando che con la commessa si erano viste quasi ogni giorno, attenendo che la copia esaurita arrivasse. Le aveva raccontato come aveva convinto sua madre a guardare quella serie con lei, facendola appassionare; del fatto che non seguivano insieme una serie tv da anni e aveva aggiunto che per loro era diventato un rito settimanale e si erano abituate al ritmo: se avessero aspettato il giorno dopo, avrebbero saltato la loro serata madre/figlia. Questo, e il fatto che ormai conosceva ogni particolare di quelle serate, aveva spinto la commessa a trasgredire la regola che gli arrivi pomeridiani vanno venduti il giorno successivo. E così vivere in una piccola città, dove potevi farti conoscere da chiunque, era diventato un vantaggio.
Scartò la confezione dei sei dischi e afferrò dal mobile vicino il telefono cordless. – Mamma, ordino come al solito – gridò Amanda. – Pizza vegetariana e ravioli al vapore e involtini primavera dal ristorante cinese. Vuoi altro? 
Premette i primi numeri sulla tastiera, ma Cynthia Rich la bloccò. – Aspetta, c’è stato un cambiamento di programma.
Amanda si voltò e vide sua madre scendere le scale del primo piano con indosso un vestito blu lungo, con un leggero spacco sulla sinistra, uno scialle di seta viola avvolto sulle spalle e orecchini e collana in oro bianco.
– Ma oggi è giovedì, la nostra serata con le Gilmore.
Cynthia si avvicinò al divano e le accarezzò la guancia. – Lo so, tesoro, ma mentre eri fuori mi ha chiamato Josh Newman. Te lo ricordi? È il rappresentante dell’ufficio marketing della casa editrice con cui collaboro. Mi ha fatto diversi favori questo mese e mi ha invitato fuori a cena, mi sembrava scortese dire di no.
Amanda chiuse il telefono e lo risistemò sulla base. – Lo hai già visto due volte settimana scorsa e siete usciti insieme lunedì. Ti sei già sdebitata abbastanza. Non potevi inventare una scusa e rimandare?
– Te l’ho detto, sarebbe stato scortese. E poi sai come vanno queste cose… – La madre le stampò una bacio sulla fronte, lasciandole la traccia del rossetto. – Devo andare a risistemarmi il trucco e i capelli. Josh sarà qui tra poco. Ma tu ordina pure la cena, ti lascio i soldi sul tavolo in cucina.
Amanda si pulì la fronte con il dorso della mano, mentre lei tornava verso la scale, e risaliva al piano di sopra. Guardò la confezione dei dischi e la allontanò. Sbuffò e imbronciata, incrociò le braccia sul petto. Sapeva benissimo come andavano queste cose, per sua madre era quasi diventato un rituale fisso.
Dopo il divorzio da suo padre, per motivi a lei incomprensibili, erano rimaste solo loro due. All’inizio era stato difficile, sua madre piangeva sempre e lei non sapeva come consolarla, poi a aveva iniziato a uscire con qualche uomo. La svolta era avvenuta con David Benson, il responsabile di una catena di librerie, si erano incontrati per questioni di lavoro e frequentandosi avevano trovato altro in comune. David sembrava l’uomo della sua vita, non importa se all’epoca fosse già sposato, tanto che pochi mesi dopo era diventato il secondo marito, Amanda però non lo aveva mai considerato il suo patrigno. Anche perché non c’era stato il tempo. In meno di un anno, sua madre aveva divorziato.   
E da quel momento erano iniziate a girare le voci e i pettegolezzi. La “mangiauomini” la chiamavano in città. Lei non ci dava peso e Amanda cercava di fare lo stesso. Proprio dopo il secondo divorzio, avevano dato il via alla tradizione del giovedì sera con Una Mamma per Amica, il rapporto tra le due protagoniste poteva ispirare sua madre per ricominciare da capo anche nel rapporto tra loro, ma non aveva funzionato. Lo aveva negato a se stessa, ma dal primo giorno in cui aveva menzionato Josh Newman, sapeva che si sarebbe ripetuta la stessa storia di David Benson. A confermare i suoi timori ci avevano pensato i nuovi pettegolezzi per tutta Dark Lake e adesso, la cena improvvisa che  mandava all’aria i loro piani, era solo l’ultima, innegabile prova.
Amanda si alzò dal divano, raccolse il cofanetto con i DVD e afferrò di nuovo il cordless.  Compose il numero della pizzeria e si diresse in cucina. – Pronto, vorrei ordinare una big special con sopra tutto, tranne ananas. – Attese che il commesso prendesse nota, poi le ripeté l’indirizzo memorizzato con il numero. – Esatto. Può consegnarla per le otto? Grazie. – Chiuse l’apparecchio e salì di corsa le scale per andare in camera sua.
Abbandonò il suo acquisto sulla scrivania bianca e si stese sul piumone che copriva il letto. Non aveva nessuna intenzione di farsi trovare in soggiorno e dover salutare il signor Newman. Qualsiasi particolare su di lui o sulla serata, lo avrebbe saputo domani a scuola. La madre di qualcuno avrebbe incontrato la sua al ristorante e di certo diffuso il bollettino, mentre la figlia di turno faceva lo stesso al liceo.
Amanda afferrò l’unicorno azzurro di peluche al suo fianco e lo strinse al petto.  – Odio vivere in una piccola città!

Camminando nel corridoio della scuola con la testa chinata sul foglio della lista dei preparativi del matrimonio di sua madre, Amanda andò a sbattere contro qualcuno. Prima che potesse cadere all’indietro, un paio di mani forti la sorressero per le spalle. – È tutto a posto?
– Si scusa, non guardavo dove andavo e… – Amanda ammutolì. Chi le aveva appena evitato di fare una brutta figura, oltre che una dolorosa caduta, era il ragazzo che le piaceva dal primo anno del liceo. Raul Bishop. – Scusa.
Raul sorrise. – Me lo hai già detto. È colpa anche mia.
– No, no – insistette lei, arrossendo. – Stavo leggendo ed ero distratta.
– Deve essere qualcosa di molto avvincente – le disse, allontanò le mani da lei e si sporse per guardare il foglietto.
Amanda rimase estasiata a osservare il volto del ragazzo a pochi centimetri dal suo. Non erano mai stati così vicini. E non si erano nemmeno scambiati così tante parole. La conversazione più lunga che aveva fatto con lui era stata per farsi indicare dove fosse la biblioteca.
– Ah, sei presa dal matrimonio – riprese lui. – Sarai emozionata.
Amanda ritornò dolorosamente e violentemente alla realtà. Il matrimonio tra sua madre e Josh Newman le dava la nausea. Era stato organizzato tutto in fretta e furia, dopo solo tre settimane di frequentazione, ed erano già partite le scommesse su quanto sarebbe durato. – Più che altro stanca – rispose, essendo sincera per metà.
– I miei genitori verranno – continuò Raul. – Fai gli auguri agli sposi da parte mia. – Le regalò un altro sorriso e poi si spostò per proseguire per la sua strada.
Amanda pensò che forse quel matrimonio poteva servire anche a lei. Raul non era incluso nell’invito, ma poteva essere l’occasione giusta per chiedergli un appuntamento e averlo come accompagnatore, avrebbe reso quella giornata un vero motivo di festa. Presa dell’enfasi si buttò: –  Aspetta, Raul.
Lui si girò a guardarla.
– Ecco… mi chiedevo, se per quel sabato, quello del matrimonio, non hai impegni, a me farebbe piacere un…
– Eccoti qui. – Una ragazza dalla pelle olivastra e lunghi capelli neri, afferrò Raul per un braccio e lo baciò sulle labbra. – Muoviti, o faremo tardi a biologia.
– Un attimo – rispose Raul. – Amanda, cosa stavi dicendo?
Amanda andò nel panico. Conosceva la ragazza: Isabella Sutton. Anche i suoi genitori avevano confermato la loro presenza al matrimonio. E a scuola spesso aveva visto i due insieme. Non sapeva però che fosse la ragazza di Raul. – No, niente di particolare. Mi chiedevo… anche se non è specificato nell’invito… se tu, cioè voi, avevate voglia di venire quel sabato, al matrimonio. Sapete, non ci saranno molti ragazzi, così…
Loro si scambiarono un’occhiata.
– Mi dispiace, ma abbiamo già un impegno – disse Isabella.
Ad Amanda sembrò sinceramente dispiaciuta, ma si sentì comunque un’idiota per aver fatto quella proposta. E per non aver ragionato prima sulla possibilità che tra loro ci fosse una rapporto intimo.
– Vedrai che non sarà tanto tremendo – cercò di rincuorarla Raul. – Ci vediamo in giro.
Amanda annuì e loro si allontanarono. Sembravano molto affiatati come coppia e lei era stata la solita stupida. Per una volta che i pettegolezzi potevano evitarle un’amara sorpresa, non ci era sttaa attenta. Come se la sua vita non fosse già in caduta libera, a soli tre giorni dal matrimonio, aveva scoperto che il ragazzo che le piaceva era già impegnato. – Maledizione! – imprecò sottovoce.
Camminò ad ampie falcate verso il suo armadietto. Pensò che ogni cosa era destinata ad andare per il verso sbagliato. Spalancò l’anta e buttò dentro il foglio con l’elenco delle mansioni affidatele da sua madre. Il suo modo per coinvolgerla, le aveva detto, per farle sentire che la sua partecipazione era importante. Frottole. Era solo il modo per scaricarsi la coscienza. Afferrò il quaderno ad anelli e sbatté con rabbia l’anta.
– Sei una vera furia, Riccioli Rossi – disse una ragazza coi capelli neri a caschetto, comparsa alla sua destra, dopo che aveva chiuso l’armadietto. – Mister e Miss Perfezione ti hanno messo di cattivo umore?
Amanda sapeva anche il suo nome: Morgana Mayer. Anche suo padre era tra gli invitati, ma aveva risposto negativamente. – Cosa?
– Non devi stare sulla difensiva, a Morgana piace scherzare.
Amanda si girò a sinistra. Era arrivato un altro ragazzo, Damian Crest, con lui frequentava un paio di corsi e nessuno dei suoi genitori figurava negli inviti. In realtà lo conosceva anche perché su di lui giravano diverse voci… ambigue. Ricordò che in verità giravano su entrambi, facevano coppia fissa e quando c’erano in giro loro accadevano spesso cose strane.
– Abbiamo sentito che cerchi compagnia per il ricevimento di nozze di tua madre – continuò lui. – Se vuoi, noi possiamo liberarci.
– Non saprei, i vostri genitori non vengono…
– E allora? – replicò Morgana. – Non è un problema. E siamo molto più divertenti dei due che cercavi di accalappiare poco fa.
– Mi stavate spiando? – domandò Amanda. Era più incuriosita che infastidita. Perché tanto interesse per lei? Quei due non l’avevano mai considerata.
– Spiare, che brutta parola – commentò Morgana. Le passò dietro e si strusciò addosso a Damian, che l’accolse tra le braccia.
– Passavamo qui in corridoio e abbiamo sentito la conversazione – disse lui. Si staccò dagli armadietti e s’incamminò con Morgana. – Pensa alla nostra offerta.
Amanda li seguì mentre attraversavano il corridoio e svoltavano per salire le scale. Forse quei due avrebbero di certo movimentato la giornata, ma erano anche un rischio e non se la sentiva di correrlo. Alla fine, avrebbe recitato la parte della brava figlia, ancora una volta.


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lunedì 12 giugno 2017

Risveglio della Strega - Una storia de LA CONGREGA: Puntata 4


Seduto alla scrivania nella sua camera, con il cellulare in mano, Damian controllò ansioso l’ora sul display. Erano passate le otto e mezza, normalmente avevano cenato già da un’ora, ma sua madre non era ancora rientrata dal lavoro. La sua ipotesi, che considerava molto vicina alla realtà, era che fosse stata incastrata in un doppio turno alla tavola calda, per sopperire al giorno improvviso di malattia che le aveva imposto il suo capo dopo averla vista con il livido in faccia, di certo non l’ideale per presentarsi al tavolo e servire i clienti.
Purtroppo questo stava avendo un brutto effetto su Frank. Dopo il suo solito pomeriggio davanti al televisore, dove gli aveva urlato di portargli tre birre e lui aveva eseguito per non litigare, verso le sette aveva mostrato apertamente il suo malumore. Aveva telefonato più volte a sua madre e si era infuriato quando lei aveva risposto e chiuso sbrigativamente la chiamata.
Da quel momento Damian era rimasto in camera, evitando di incrociare anche solo lo sguardo con l’uomo, ma gli sentì aprire con rabbia l’armadietto dei liquori e trangugiare altro alcool e si preoccupò. Seppe di aver ragione per agitarsi, non appena partirono le urla e le offese contro sua madre.
– È solo una stupida vacca! Non sa cosa vuol dire avere un uomo in casa – gridò. – Bastarda e inutile!
Le scale che portavano al primo piano scricchiolarono. Frank stava salendo.
Damian abbandonò il cellulare sulla scrivania, balzò giù dalla sedia e corse verso la porta della stanza. Barricarsi dentro era l’unica soluzione. Era furbo e sapeva che anche se un po’ alticcio, Frank era troppo forte per tenerlo a bada.
Prima che riuscisse a chiudere l’uscio, Frank lo bloccò con entrambe le mani e lo spinse indietro. Damian cadde sul sedere nel centro della camera.
– Eccolo qua, il bastardello – lo apostrofò. – Inutile ciuccia-soldi.
Damian respirò con affanno. Aveva paura. Ed era arrabbiato. Si sentiva prigioniero in casa sua e anche se non gli mancava il coraggio per affrontarlo, la loro lotta era sempre impari. Frank era troppo grosso.
L’uomo lo squadrò e sulle labbra umide si dipinse un sorrisetto. – Ciucciare è qualcosa che ti è familiare, vero? Dicono tante cose su di te, vediamo se sono vere.
– Vattene! Esci da camera mia – urlò Damian, rimettendosi in piedi.
– No. Tua madre non c’è e finalmente capiremo e sei un uomo o una ragazzina. E in quel caso, puoi sostituirla nelle sue mansioni. – Si sfilò la cintura dai pantaloni e avanzò, avvolgendone un capo nella mano sinistra.
A Damian non importava cosa intendesse con le sue parole, però gli vennero in mente varie ragioni sul perché si fosse tolto la cintura ed erano tutte spiacevoli. Un brivido gli corse lungo la schiena e il vento all’esterno si scontrò violento con la finestra, spalancandola. La corrente gelida della sera invase la camera e vorticò intorno al suo corpo. Non aveva più paura, era sicuro e libero di ribellarsi.
Frank si lanciò verso di lui e Damian allungò le braccia per respingerlo.
Gli parve una mossa stupida e inutile. Il vento però infuriò di nuovo, travolse Frank, lo agguantò con artigli invisibili, lo trascinò fuori dalla camera e poi lo fece rotolare giù dalle scale, come un pesante sacco di patate.
Damian rimase immobile. Incapace di accettare quello che era appena accaduto. Aveva impedito a Frank di afferrarlo e fargli chissà cosa. E ci era riuscito manipolando il vento.
Abbassò lentamente le braccia e avvertì la sensazione di libertà scivolare fuori dal suo corpo, così come percepì l’aria abbandonarlo e  tornare all’esterno, attraverso la finestra.  
Si mosse lentamente e uscì nel corridoio. Camminò fino all’imboccatura delle scale e sul fondo vide Frank: era steso in una posizione scomposta e privo di sensi.
– Damian! – Sua madre era ferma all’ingresso di casa, la porta ancora aperta. Lo fissava con aria sgomenta. Era arrivata in tempo per assistere all’incredibile volo del fidanzato. – Cosa… cosa hai fatto?

 – Io so perché sono qui, e tu? – Morgana entrò nell’ufficio del preside e fece voltare Damian a guardarla.
Si sedette poi sulla sedia accanto alla sua, fissandolo negli occhi. Damian ricambiò lo sguardo e non rispose. In un’altra occasione sarebbe stato divertente flirtare con lei, era dal giorno della scena alla fontanella che voleva provarci, ma la situazione era cambiata.
– Sei uno di quelli da poche parole – gli disse. – Bello, tenebroso e… anche dannato?
Ancora una volta, Damian rimase zitto. Non era dell’umore giusto per le battutine. Aveva passato la sera e metà della notte precedente a dover spiegare alla polizia, come mai il fidanzato di sua madre era stato trovato in stato comatoso sul fondo delle scale del primo piano di casa loro. Sua madre si era fatta scappare che era solo con Frank, quando era successo e così aveva inventato la storia più credibile: l’uomo, ubriaco, aveva perso l’equilibrio, ruzzolando lungo la scalinata. Sua madre aveva accennato all’abitudine del compagno ad alzare il gomito e le prime analisi dell’ospedale in cui era stato ricoverato, avevano confermato la storia. La polizia non aveva fatto altre domande e non avrebbero svolto altre indagini su di loro.
Però qualcosa era cambiato, non solo per lui, ma anche nel suo rapporto con la madre. Appena erano rimasti soli,  si era dimostrata subito distante e diffidente con lui. “Non so cosa hai fatto, ma non è normale. Tieniti fuori da guai e spera che Frank si rimetta.” gli aveva detto, prima di chiudersi in camera. Quella mattina era già uscita quando si era alzato.  Ripensandoci, il suo sguardo era stato più che eloquente: non lo considerava più suo figlio, ma un estraneo e nei suoi occhi, aveva intravisto un barlume dello stesso disprezzo che Frank aveva per lui.
La porta si aprì di nuovo e il preside Handerson entrò. Si accomodò dietro la scrivania e guardandolo disse: – Ho appena finito di parlare con tua madre. Mi ha raccontato tutto. Ti avevo avvertito, adesso devo prendere in mano la situazione.
– Non capisco di che diavolo parla – sbottò Damian. – Cosa c’entra lei, con tutto questo?
– Potreste raccontare qualcosa anche a me? – intervenne Morgana. – O almeno spiegarmi perché devo restare anche io?
Damian si voltò a guardarla. – Giusto, che c’entri con me? E non avevi detto di sapere perché eri qui? 
– Infatti lo so – rispose. – Ma tu… non dirmi che lo sei anche tu!
– Cosa?
Morgana sorrise entusiasta. – Non ci credo. Allora non è una cosa solo da ragazze. – Si girò verso Michael Handerson. – È anche lui una…
– Morgana! – la riprese il preside. – Ti ho chiamato per darmi supporto e non per creare altri problemi.
Damian scattò in piedi. – Voglio sapere che succede. Adesso!
– Calmati e siediti – disse il preside.
Morgana gli spinse vicino la sedia con un piede, sorridendo calma, e anche se era confuso, Damian ubbidì.
Michael lo guardò serio. – L’incidente di ieri sera, era ciò che temevo. Sotto stress e in pericolo, il tuo potere si è manifestato. Sei una strega, Damian. Come Morgana e me.
– Una… strega – ripeté Damian. Poi si rivolse a Morgana. – Ma è serio?
Morgana annuì. – Oh, sì. E puoi credergli: è tutto vero. Anzi, ti mostro il mio, se mi mostri il tuo. – Lanciò un’occhiata fugace al preside. – Ma prima vorrà coinvolgere anche te nella sua setta… nella sua Congrega.
– La Congrega non è una setta. E non ci sarà nessuno sfoggio inutile di poteri – replicò il preside. – Le streghe sono solite riunirsi in Congreghe per trarre forza l’una dall’altra. Nel vostro caso può essere di più, potreste anche aiutarvi a vicenda, guardarvi le spalle e imparare a controllare insieme le vostre capacità.
Damian rifletté su quella spiegazione. Aveva senso, anche se andava contro ogni logica, come del resto quello che era stato in grado di fare. Era abituato a badare a se stesso, a essere indipendente, ma negli ultimi tempi era diventato un sinonimo di “solo” e dopo quella mattina, era chiaro che avrebbe potuto contare sempre meno su sua madre.  
– Tu che ne pensi? Vuoi essere parte di questa Congrega? – chiese a Morgana.
– Quando il preside me lo ha chiesto settimane fa, ho rifiutato – rispose lei. – Adesso, però le condizioni sono cambiate, tutto mi sembra più interessante…
Il sorriso che gli mostrò, fu un ulteriore incentivo per Damian. In fin dei conti, se non poteva contare più sulla sua famiglia di origine, tanto valeva crearsene un’altra. – Ci sto. Mi unisco alla Congrega.
– Possiamo contare anche su di te, Morgana? – domandò Michael.
Morgana fece l’occhiolino a Damian. – Ovviamente.
– Bene, allora ci vediamo al termine delle lezioni.
– Perché? – chiese Damian.
– Vi presenterò gli altri due membri della Congrega.

                                                        
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lunedì 5 giugno 2017

Risveglio della Strega - Una storia de LA CONGREGA: Puntata 3


L’ora buca prima dell’uscita era stata un vero colpo di fortuna. Damian gongolò soddisfatto, poter saltare le lezioni era sempre un piacere, doppio se non doveva inventarsi anche delle scuse per farlo. 
Si scostò i capelli neri dalla fronte e attraversò il corridoio. Ai lati, molti ragazzi erano fermi davanti agli armadietti per prendere i libri della nuova lezione e riporre quelli della precedente. La sua attenzione fu però attirata da una ragazza con i capelli scuri a caschetto. Si avvicinava alla fontanella dell’acqua con passo lento e calmo. Tutti erano agitati di non fare tardi, lei sembrava non preoccuparsene.
Damian si fermò a fissarla. Ricordò che frequentavano insieme il corso di chimica, il suo nome era Morgana Mayer, avevano scambiato solo poche parole, ma gli sembrava un tipo interessante e il suo look dark la rendeva anche sexy. Lei scostò con la mano destra la borsa da davanti la gonna nera a frange, mentre con la sinistra tenne i capelli scuri premuti contro il collo e si piegò per bere.
Una ragazza dai capelli biondi, l’odiosa Susan Collins la riconobbe Damian, comparve all’improvviso e scostò con una gomitata Morgana. 
– Spostati Morticia – disse. Si piegò, tenendosi i capelli di lato e bevve un paio di sorsi d’acqua.
Morgana la guardò irritata, poi spostò lo sguardo sullo zampillo e sembrò fissarlo molto intensamente.
Damian si domandò perché diavolo non le rispondesse a tono: gli aveva dato l’impressione di una tipa tosta.
Lo zampillo aumentò la pressione di colpo, l’acqua sgorgò con l’impeto di una cascata e si riversò su una impreparata Susan, inzuppandole la faccia e i vestiti, capi firmati, bagnandola fino al ginocchio.
– Impara a bere, idiota – l’apostrofò l’altra. – E il mio nome è Morgana. Sono sicura che te lo ricorderai.
Damian la osservò allontanarsi e sorrise, mentre anche altri, la guardavano tra il divertito e il sorpreso. Forse sapeva del guasto alla fontanella, o forse era stato solo un colpo di fortuna, ma aveva dato una bella lezione a Susan Collins e si sentì stranamente compiaciuto.

Arrivato davanti alla porta di casa, Damian era ancora di buon umore, grazie all’episodio della fontanella. Infilò la chiave nella serratura della porta, ma dall’altra parte gli aprirono prima che potesse farla scattare. Sua madre si sporse oltre l’uscio, aperto poco più di una fessura.
– Cosa ci fai già qui? – domandò Donna Crest con apprensione.
– Avevo un’ora buca, ma… – Damian si interruppe guardandole il volto. La macchia sotto la guancia che aveva notato quella mattina prima di uscire per andare a scuola, e a cui lei gli aveva detto di non dare peso, era diventata un ematoma violaceo. La sua allegria svanì all’istante. – Quello è un livido. Cosa ti è successo? È stato di nuovo lui!
Donna uscì di casa e si fermò davanti al figlio, chiudendo la porta dietro di sé. – Shh, abbassa la voce, per favore. Non è niente. È stato un incidente.
– Sì, certo. Lo hai detto anche tre giorni fa, per il livido sul braccio.
– Damian, ti prego. Non voglio che litighiate ancora.
– Allora buttalo fuori di casa – replicò lui. – Non può trattarci così. E tu non puoi obbligarmi a stare fermo quando alza le mani. Guarda cosa mi ha fatto, solo perché ti ho difesa. – Tirò fino a metà braccio le maniche della giacca e del maglione, e le mostrò il suo livido.
– Non è colpa sua… sai, è un brutto periodo per Frank… il lavoro non va….
Damian si risistemò le maniche. – Per Frank Bane è un brutto periodo da quando è entrato nelle nostre vite. E peggiora non appena si attacca alla bottiglia. Ci tratta come se fossimo suoi servi, mangia e dorme e ci insulta per tutto quello che decide che facciamo male. La settimana scorsa era la birra finita in frigo, tre giorni fa perché la sua camicia non era ancora stata lavata, scommetto che ieri sera c’era qualcosa che non andava con la tv, o il modo in cui hai rifatto il letto, o…
– Basta! Smettila! – ordinò Donna, tenendo bassa la voce. – Frank non è un santo, ma non intendo cacciarlo. Quindi, ti prego, cerca di essere paziente. Oppure vai a fare un giro e ci vediamo più tardi.
Damian non capiva perché sua madre si ostinasse a voler avere quel bestione violento intorno e aveva rinunciato all’idea di metterle in testa che meritava di meglio. Ma le voleva bene e anche se non sembrava preoccuparsi troppo per la sua incolumità, lui non riusciva a fregarsene. – No, resto a casa. Se lui non esagera, non lo farò neanche io. Te lo prometto. – Cercò di apparire sincero mentre lo diceva, ma sapeva che a un paio d’ore da quel momento, Frank avrebbe cominciato la sua razione quotidiana di birra, whisky e alcolici vari e i problemi non sarebbero mancati.
Donna lo squadrò indecisa. Poi aprì la porta di casa, lo fece entrare e lo seguì all’interno.
– Salutalo – gli sussurrò la madre, mentre passavano davanti alla sala da pranzo.
Damian sbirciò dalla porta spalancata. Frank era stravaccato sulla poltrona, davanti al televisore accesso a tutto volume. Era un omone grosso, non sovrappeso, ma di certo con qualche chilo di troppo, come mostravano i rotoli di carne che emergevano da sotto la camicia di flanella a quadri e fuori dal bordo dei jeans slavati. Il collo taurino metteva in risalto la testa rotonda, resa ancora più simile a una palla dai capelli castani tagliati cortissimi. Ai piedi portava gli scarponi sporchi di fango rappreso, accavallati sul tavolino delle riviste.
Di malavoglia, Damian disse: – Ciao, Frank.
L’uomo agitò la mano destra in risposta, senza girare il volto o aprire bocca.
Donna lo spinse sollevata in cucina, convinta che non ci fosse più la possibilità che qualcosa andasse storto.
Finito il pranzo, Damian salì al primo piano e si chiuse in camera. Si buttò sul letto. Il suo umore continuava peggiorare: in pratica aveva sprecato un’uscita anticipata da scuola a discutere con sua madre dell’ennesimo, inutile fidanzato, che dopo averli sfruttati e in questo caso anche picchiati, se ne sarebbe andato alla prima occasione buona. Come tutti quelli che lo avevano preceduto.
Dopo mezz’ora, per non pensare a Frank, arrivò a prendere in considerazione di buttare giù qualche idea per la tesina di storia, che avrebbe dovuto presentare due giorni più avanti. Si alzò, andò alla scrivania, aprì il libro accese il portatile e impostò la pagina bianca, ma al momento di sedersi e concentrarsi, la voce del giornalista sportivo, che proveniva dal televisore al piano di sotto, gli rimbombò nelle orecchie.    
Ripensò alle parole di sua madre e represse l’istinto di urlare contro Frank. Si sedette alla scrivania, prese il testo di storia in mano, ma non servì a granché. Il frastuono del televisore lo distraeva, rileggeva tre volte di fila la stessa frase, senza riuscire a concentrarsi sul significato. Era impossibile continuare in quel modo.
Damian si alzò e aprì la porta della stanza. Le urla del cronista e del pubblico della partita di football risuonarono ancora più forti e nitide. Scese le scale e arrivò all’ingresso della sala da pranzo. Frank era nella stessa posizione in cui lo aveva lasciato, con l’aggiunta di una bottiglia di birra mezza vuota stretta nella mano destra.
Sua madre era di spalle in cucina e non si era accorta di lui. Fece un respiro per tenere a freno la rabbia e andò accanto alla poltrona.
– Ehi Frank, potresti abbassare un po’ il volume? – chiese nel modo più gentile che gli riuscì. – Sai, ho dei compiti per al scuola e non riesco a concentrarmi.
Frank si voltò, lo guardò con volto inespressivo e rispose: – No. – Poi tornò a  fissare lo schermo del televisore.
Damian mandò al diavolo le sue buone intenzioni. – Perché? Non ti ho chiesto chissà cosa. Oltretutto, questa non è neanche casa tua.
Frank scattò in piedi con una velocità tale, che il residuo di bitta rischiò di schizzare fuori dal fondo della bottiglia. – Non ti permetto di parlarmi così, stronzetto. Sono un adulto, devi portarmi rispetto.
– Anche tu devi rispettarci.
Frank avanzò verso di lui, obbligandolo a indietreggiare di un paio di passi. – Non ti devo niente, mezza checca – gli urlò contro, brandendo la bottiglia per il collo. – La gente parla, sai? E dicono tante cose su di te. Cose che mi fanno pensare che hai bisogno di qualcuno che ti dia una bella lezione di vita, ti rimetta in riga!
Damian non fece caso all’offesa, o al fatto che Frank prestasse attenzione a quello che qualcun altro dicesse. Era solo pronto a reagire, a difendersi.
Donna comparve dalla cucina, intromettendosi tra di loro. – Cosa succede?
– Il tuo bastardello mi manca di rispetto – rispose furioso Frank.
La puzza di alcool del suo alito raggiunse sia Damian che sua madre.
– Ho bisogno di silenzio per studiare – ribatté Damian.
– Sono sicura che c’è stato un malinteso – disse Donna. – Ora sistemiamo tutto…
– Non sai educare tuo figlio, questo è il problema – Frank lanciò la bottiglia contro il tavolino delle riviste e questa si ruppe a metà, riversando la birra sul tappeto. – Hai visto?! Guarda cosa mi hai fatto fare! 
– Non è niente – cercò di calmarlo Donna, rimanendo sempre tra di loro. – Adesso prendo un…
– Sei inutile! – Sbraitò Frank e le rifilò uno schiaffo sulla guancia, che la fece sbandare.
Damian non resistette più. Sorpassò sua madre e mettendosi davanti a lei per proteggerla, gridò: – Non la toccare! Sei solo un maiale, un bastardo, non ti avvicinare a mia mamma!
Frank lo colse alla sprovvista. Gli tirò un ceffone talmente forte che gli sembrò che la faccia compisse un giro su se stessa, e lo fece sbattere contro lo stipite della porta.
– Adesso ci penso io a educarti – replicò Frank.
Donna ancora scossa, riuscì però a rimettersi di nuovo di fronte all’uomo. – Frank, ti prego! È solo un ragazzo. – Si girò verso di lui e gli ordinò: – Chiedigli scusa.
Damian credé di non aver sentito bene, ancora stordito per lo schiaffo. – Cosa?
 – Chiedimi scusa – ripeté Frank con un sorrisetto. Sembrava aver cambiato idea, pareva più interessato a mortificarlo che a picchiarlo.
Damian guardò sua madre. Lei ricambiò lo sguardo supplichevole, speranzosa che accontentarlo bastasse a calmare l’ira violenta dell’uomo. Non era d’accordo, ma non voleva che le facesse ancora del male. Per quanto gli costasse, si morse il labbro inferiore e con un filo di voce disse: – Scusami, Frank.
Frank abbassò le braccia rilassato. – Non è comunque sufficiente. Questa sera salterai la cena. – Tornò a sedersi in poltrona e disse: – Donna, portami un’altra birra. Subito!
Donna non si oppose alla sua decisione e corse in cucina per ubbidire. 
Damian non si meravigliò. Con la faccia in fiamme, la spalla dolorante e l’orgoglio sotto le scarpe, si trascinò verso le scale e salì i gradini per tornare nella sua camera. Non dover condividere un pasto con quella bestia travestito da uomo, era un premio, non una punizione.

Damian era baravo a capire quando qualcosa stava per prendere una brutta piega. In quel momento, per esempio, sapeva che trovarsi nell’ufficio del preside, convocato d’urgenza dopo la lezione di educazione fisica, non era dovuto a una casualità.
Chiaramente il livido sul braccio, il nuovo sulla spalla e quello in faccia, non erano passati inosservati nello spogliatoio ai suoi compagni e nemmeno all’insegnante in palestra e al resto della classe. Così, seduto con lo zaino tra le gambe, era preparato alla domanda che stava per essergli posta dal preside appoggiato alla scrivania davanti a lui.  
– Damian, c’è qualcosa di cui vuoi parlarmi? – chiese Michael Handerson.
Lui rimase muto. Non tanto per proteggere Frank, quell’uomo meritava ogni genere di punizione potessero infliggergli, sia legalmente che non, piuttosto non voleva dare problemi a sua madre. Che poi sarebbero inevitabilmente diventati problemi per loro due con Frank.
– Se qualcosa non va in casa, o qualcuno non ti fa sentire a tuo agio, puoi dirmelo –  insistette Michael. – Non sono uno stupido e neanche tu. Chiunque ti ha procurato quei lividi, deve essere fermato.
– Su questo siamo d’accordo – commentò il ragazzo.
– Allora, premettimi di aiutarti. Qualunque confidenza, rimarrà in questo ufficio.
– Non è vero – rispose Damian. – Se davvero vuole aiutarmi, quello che dirò andrà ben oltre il suo ufficio. O la scuola. Faccio una previsione? Servizi sociali? Polizia? Mi fermi se sbaglio.
Michael sospirò. – No, è tutto corretto. Come adulto ed educatore, non posso ignorare quello che ti succede. E purtroppo la strada che ipotizzi, è l’unica da poter seguire.
– Non lo faccia. Me al caverò da solo.
– Sei sicuro?
Damian aggrottò la fronte. Il preside era calmo, ma sembrava volesse insinuare altro.
– So che sei in gamba, ma reprimere rabbia, odio e sentimenti come questi, può avere conseguenze negative – gli disse. – Molto più grandi di quanto immagini.
– Non gli permetterò di superare il limite. So gestire il… problema.
Michael scosse la testa. – Non è solo questo che mi preoccupa. Mi domando se tu saprai controllarti, tu riuscirai a non superare il limite?
– Certo che sì – rispose, quasi offeso. Ma per chi lo aveva preso?  
– Ti darò fiducia. Non interverrò, per ora. Ma se dovesse succedere un altro incidente, sappi che non potrò più farmi da parte.
Damian lo guardò confuso. Non era sicuro di  capire a cosa si riferisse, ma annuì.
Michael gli lanciò un’ultima occhiata e aggiunse: – Torna pure alle tue lezioni.


                                                                      Continua...